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Ai Domiciliari è (Buona) Norma Andare Senza Scorta

La vicenda del dj spagnolo scomparso quando doveva recarsi in clinica lascia qualche suggerimento per giudici e avvocati

Da Sette, Corriere della Sera del 16 settembre 2016. Articolo di Luigi Ferrarella.

Ai domiciliari è (buona) norma andare senza scorta

Come sono andate ieri agli arresti domiciliari, come ci vanno oggi, e come ci andranno domani le persone arrestate per le quali i giudici ritengano ancora valida la custodia cautelare ma non più necessario il carcere? Quasi tutte senza alcuna scorta. Da sole. Con le proprie gambe. Sperando che non scappino. Esattamente come da solo in clinica ai domiciliari sarebbe dovuto andare Nicolas Aitor Orlando Lecumberri, il 23enne dj spagnolo arrestato e finito a San Vittore il 27 luglio per aver preso a pugni a caso alcuni passanti per le strade di Milano, poi sparito l’1 settembre all’uscita dal carcere invece di raggiungere la clinica di Varazze nella quale il gip Livio Cristofano gli aveva concesso gli arresti domiciliari per il proseguimento di un percorso terapeutico, e infine per fortuna ricomparso il giorno dopo in Spagna dove si era volontariamente ricoverato nell’ospedale psichiatrico di San Sebastian, la città della sua famiglia. Arrestati che vanno da soli dal carcere ai domiciliari: strano che continui a funzionare così? Non tanto. Perché, una volta posatasi la polvere del clamore, la formale rispondenza normativa del provvedimento lascia invece emergere l’ordinarietà di una prassi giudiziaria dettata dall’incrocio tra una precisa opzione del legislatore e le misconosciute lacune della logistica penitenziaria. Fino a due anni fa, infatti, la legge sulla custodia cautelare era tale per cui la normalità era la scorta per chi passava dal carcere ai domiciliari, e l’eccezione era il gip che doveva molto motivare il non ricorso alla scorta. Poi la logica si è rovesciata, la normalità è diventata la non scorta, e l’eccezione (con super motivazione del gip) è divenuta la scorta. La legge è infatti cambiata nel segno di un prevalente favore per la custodia cautelare non in carcere, inoltre la polizia penitenziaria ha sempre più spesso fatto presente di non avere organici e budget sufficienti per sorvegliare in tutta Italia le migliaia di viaggi di arrestati dal carcere ai domiciliari, e le sempre più incisive revisioni della spesa anche nel settore penitenziario hanno accentuato nei giudici la tendenza a considerare ormai la scorta come un lusso da disporre solo in casi particolari.

LEGGERE BENE LE CARTE Poteva esserlo il dj aggressore stradale e casuale di passanti? L’impatto emotivo della vicenda farebbe dire di sì, ma, se si considerano le carte del fascicolo, la certezza diventa meno granitica. Il tipo di reato, lesioni personali non gravi (io giorni di prognosi) comporta in teoria da 3 mesi a 3 anni, sanzione quindi destinata anche in caso di condanna (tanto più vista l’incensuratezza, e anche sommando gli aumenti per la continuazione tra i vari episodi) a non superare il tetto di pena definitiva sotto il quale essa verrebbe eseguita non in carcere ma in misura alternativa al carcere. Inoltre il pm di turno aveva dato parere favorevole, e né il pm, né la polizia giudiziaria, né l’autorità penitenziaria — tutti soggetti che per legge avrebbero potuto — avevano segnalato quelle «specifiche esigenze processuali o di sicurezza» che un gip può eccezionalmente valorizzare per disporre la scorta. E la perizia di uno psichiatra dichiarava l’arrestato non soltanto capace di intendere e volere, e di stare in giudizio, ma anche «non pericoloso socialmente». Ecco perché il provvedimento del gip («l’indagato raggiungerà senza accompagnamento, immediatamente e senza soste intermedie, il luogo di esecuzione della misura, dando tempestivo avviso del proprio arrivo alla stazione dei Carabinieri competente per territorio») è meno balzano di quanto sembri. Anche se la vicenda, per il futuro, può raccomandare a tutti gli attori qualche utile suggerimento. Agli avvocati: se (come fanno quasi sempre i difensori di persone in queste condizioni) avessero monitorato l’esito della loro richiesta di arresti domiciliari, avrebbero potuto (come di norma avviene) andare a prendere fuori dal carcere il loro assistito per accompagnarlo ai domiciliari. Al giudice: se anche ha agito nelle regole, forse non avrebbe guastato una telefonata di preavviso agli avvocati, che, sebbene non dovuta, avrebbe scongiurato il corto circuito tardivo. E al legislatore e all’amministrazione penitenziario-giudiziaria: affinché non facciano finta di ignorare che alcune scelte di fondo, specie quelle che comportano sensibili revisioni della spesa non attentamente ponderate nelle loro implicazioni, possono scaricare sulla collettività costi collaterali non trascurabili.

AIVM (Associazione Italiana Vittime di Malagiustizia)

Iscritta al Registro Provinciale delle Associazioni senza scopo di lucro della provincia di Milano, con il numero 409. C.F. 97613360151

Piazza Luigi di Savoia 22, Milano

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