L’Esperienza Di Francesco, Studente Di Giurisprudenza

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All’inizio del mio quinto anno di università ho deciso di intraprendere l’esperienza di volontario in AIVM. Non mi ero mai rapportato alla tematica della malagiustizia prima di iniziare questa esperienza. Personalmente la vedevo per lo più come una problematica distante e marginale, che non affliggeva in modo così duro la giustizia italiana.

Nel tempo che ho trascorso in associazione, grazie alla collaborazione con gli altri volontari e con il Presidente ho imparato quanto attuale e esteso sia questo fenomeno. I racconti delle vittime hanno lasciato un segno indelebile in me, rendendomi consapevole di quanto importante sia l’operato di un giurista (avvocato o magistrato che sia).

La possibilità di interfacciarsi direttamente con le vittime dei vari casi ha contribuito a formarmi da un punto di vista personale. Ho imparato quanto importante sia non solo conoscere il diritto e saperlo applicare, ma anche saper ascoltare e trasmettere fiducia alle persone che si interfacciano con queste problematiche. L’empatia deve costituire un elemento imprescindibile nell’animo di chi si occupa di giustizia.

Alla luce della mia (seppur breve) esperienza ritengo che l’associazione svolga un ruolo fondamentale, rappresentando un “unicum” nel panorama attuale rispetto a questa problematica, troppo spesso considerata marginale e non importante dalle istituzioni.

Bimbo Ucciso, Processo Infinito: La Sentenza Arriva Dopo 34 Anni. Ecco La Giustizia Da Riformare

Bimbo Ucciso, Processo Infinito La Sentenza Arriva Dopo 34 Anni. Ecco La Giustizia Da Riformare | aivm.it

Il Giornale parla della vicenda del piccolo Angelo, conclusasi dopo 34 anni con una sentenza irrisoria, di cui AIVM si è occupata.

Ecco la vera giustizia che va riformata

Articolo di Nino Materi

Ci sono voluti 34 anni per avere una sentenza. Un verdetto che però è una beffa, poche migliaia di euro di risarcimento.

Nulla in confronto all’incalcolabile danno subito: la morte di un figlio di tre anni ucciso, nel 1984, da un’auto pirata. Una storia terribile che l’Associazione italiana vittime di malagiustizia (Aivm) ha seguito con impegno, decidendo ora di rendere pubblica sul suo sito per denunciare la «lunghezza infinita dei processi nel nostro Paese». La vicenda del piccolo Angelo, morto investito mentre giocava in strada, è una tragedia che contiene un altro dramma: nella vana attesa ottenere giustizia, anche il papà del bimbo è morto di crepacuore e la mamma si è ammalata gravemente. Trentaquattro anni di attesa rappresentano un tempo infinito che avrebbero minato la salute di chiunque. Il padre di Angelo non ce l’ha fatta a resistere. Ma è stato meglio così. Almeno si è risparmiato lo scempio di una decisione che ha «monetizzato» la perdita del suo bimbo con la miseria di 13mila euro. Somma che andrà alla mamma del bambino: una donna coraggiosa che ha lottato per avere giustizia in nome del figlio; giustizia – si badi bene -, non denaro. Perché non c’è risarcimento al mondo che possa restituire un bimbo di 3 anni all’amore dei propri cari; per questo la mamma e i fratelli di Angelo, forse, avrebbe preferito non ricevere neppure un euro piuttosto che vedersi riconoscere una somma offensiva, che quasi oltraggia la memoria di Angelo.

Ma ripercorriamo con i volontari dell’Aivm l’odissea della famiglia del bambino: «Era il 4 maggio 1984 quando il bimbo giocava sul marciapiede nei pressi della sua abitazione, sulla strada provinciale Taurianova-Rosarno (RC), una delle tante strade della Calabria costruite senza rispettare alcuna norma di sicurezza». Sembra un giornata gioiosa, ma non è così: «All’improvviso sbuca un’autovettura, una Fiat 125, che viaggiando a una velocità superiore ai limiti consentiti, travolge il piccolo scaraventandolo a 10 metri di distanza e lasciandolo senza vita».

In seguito all’incidente viene avviato un processo penale, ma l’automobilista è assolto perché «il fatto non costituisce reato». Nell’ottobre del 1985 inizia anche un procedimento civile per ottenere il risarcimento dei danni. Passano undici anni per la prima sentenza, che nel 1996 quantifica il risarcimento del danno in 80 milioni di lire. Ma la sentenza, appellata dal conducente dell’auto, viene dichiarata nulla dalla Corte d’Appello nel 1997, e così gli atti vengono rimessi in primo grado.

«A questo punto comincia – si legge nel fascicolo raccolto dall’Associazione vittime di malagiustizia – un’infinita sequela di udienze: la prima nel 2002, poi nel 2007, 2008 e nel 2015. Nel 2015 e nel 2016 si hanno ulteriori rinvii, fino ad arrivare al 2018».

Intanto, nel 2008, muore il padre del piccolo Angelo, sopraffatto da un dolore senza pari.

Nel 2010 la famiglia del bambino denuncia l’eccessiva durata del processo presso la Corte di Appello di Catanzaro. Il tribunale riconosce «l’immotivato ritardo» e liquida come indennizzo alla madre una somma pari a 13.000 e a ciascuno dei fratelli del piccolo 1.500. Solo di recente si è provveduto al pagamento delle «somme indicate». Siamo nel 2018. Da quella maledetta mattina del 1984 sono passati 34 anni.

Il Giornale

A questo link l’articolo di AIVM riguardante questo caso.

Quarant’anni per una sentenza e gli avvocati stanno alla larga

35 anni di processo e nessuno ora lo assiste: il caso di Ponticello | aivm.it

Che la giustizia italiana sia lenta, ingolfata e pesante non è un mistero. Le performance del sistema processuale italiano sono tristemente note. E l’Europa le ha spesso condannate.

La fotografia delle aule giudiziarie dove i cittadini diventano vittime, be’ un giorno sì e l’altro pure balza agli onori delle cronache. Niente di cui andare fieri nella patria del diritto e di quel Cesare Beccaria – nonno di Alessandro Manzoni – e del suo “Dei delitti e delle pene”. Tautologia affermare che i processi sono lunghi.

Ma la storia di Calogero Ponticello, classe 1933, non solo dimostra l’assioma ma apre uno squarcio sulle ‘difese’, anzi sui tanti errori dei legali, i quali non pagano mai il conto.

Insomma, la malagiustizia in Italia dipende anche dal disinteresse di alcuni avvocati verso i propri assistiti.

Tutto ha inizio nel 1979, Calogero Ponticello stipula un contratto preliminare di compravendita per un terreno in Licata del valore di 45 milioni di lire ma al momento del rogito ne rifiuta la sottoscrizione avendo scoperto che il frazionamento dell’appezzamento non era conforme al regolamento edilizio.

Ponticello chiede la regolarizzazione ma i venditori decidono di citarlo in giudizio per inadempimento contrattuale.

Inizia il calvario del signor Ponticello che, assistito dall’avvocato Gaetano Caponnetto, solo nel 1995 può sventolare la sentenza di primo grado del Tribunale di Agrigento che però respinge la sua istanza.

E vai, quindi, nel marzo 1996  il Ponticello, assistito dall’Avvocato Caponnetto, il quale presenta il ricorso, e dall’Avvocato Dario Greco, il quale redige la seconda comparsa conclusionale il 27 gennaio 2007, presenta ricorso alla Corte d’Appello di Palermo.

Sì, avete letto bene: undici anni dopo.

Ma, almeno, in questa sede, Ponticello ottiene un punto a suo favore: il consulente d’ufficio rileva la non conformità del frazionamento. L’appello si conclude però con una ordinanza – depositata il 2 febbraio 2007, occhio alle date – di inammissibilità per un vizio di notifica relativo all’atto di integrazione del contraddittorio, peraltro risalente a nove anni prima. Sentenza notificata al precedente difensore di Ponticello il 13 marzo 2007 e di cui l’avvocato Greco ne dà comunicazione al Ponticello nella stessa data.

A questo punto Ponticello ricorre alla Corte di Cassazione riaprendo così il caso. Siamo a marzo 2008.

Nel ricorso si lamenta “l’erronea valutazione del momento di perfezionamento della suddetta notifica da parte del giudice dell’appello, il quale anziché considerare il momento di affidamento dell’atto all’ufficiale giudiziario, prende in considerazione il momento in cui il destinatario ha ricevuto la notifica”.

Ma la Cassazione con sentenza 4880/2014 dichiara inammissibile il ricorso perché “tardivamente proposto dall’avvocato Francesco Greco”: in soldoni, è stato presentato oltre i termini utili per poter essere accolto e, dettaglio non di poco conto, annotato dall’Associazione Italiana Vittime di Malagiustizia “l’avvocato Francesco Greco non ha assolutamente informato il signor Ponticello della decadenza dei termini, anzi, l’ha spinto a firmare il ricorso, come se tutto fosse normale, pretendendo il compenso dovuto.”.

E a spiegazione del virgolettato l’Associazione fornisce nero su bianco due dati: “La Sentenza di Appello n.195 del 2007 è stata notificata in data 12.09.2007 all’avvocato Gaetano Caponnetto mentre il ricorso in Cassazione tardivo, su istanza di Calogero Ponticello e redatto dall’avvocato Francesco Greco, è stato notificato alla controparte il 1 aprile 2008.

Come dire: dal 12 settembre 2007 al 1 aprile 2008 sono più di sei mesi, che è il termine massimo per presentare ricorso in Cassazione.”.

Ponticello osserva che “in data 13 marzo 2007 l’avvocato Dario Greco comunicava, a mezzo raccomandata, lo stato della procedura con copia della sentenza di appello, rilasciata dalla cancelleria del tribunale il 13 marzo 2007.

Tutto ciò non doveva essere esperito dall’Avvocato Greco, ma dall’Avvocato Caponnetto, in quanto fu lui a ricevere la notifica della sentenza. Nonostante nessuna notifica sia giunta allo studio Greco dunque, gli avvocati erano comunque a conoscenza della sentenza, in quanto legali del Sig. Ponticello, e potevano ricorre in Cassazione senza sforare i termini.”.

Ma non finisce qui.

“L’avvocato della controparte il 10 dicembre 2014 notifica a Ponticello la copia della sentenza della Cassazione da cui viene a sapere di essere soccombente a causa del ricorso tardivamente proposto.

Il signor Ponticello ci riferisce – rimarcano dall’Associazione – di aver telefonato immediatamente all’avvocato Dario Greco per avere chiarimenti in merito, ma Greco ha addossato la responsabilità al vecchio legale di Ponticello per non avergli notificato la sentenza di appello.”

Risultato?

Ponticello in data 22 febbraio 2017 chiede il risarcimento danni agli avvocati Dario e Francesco Greco per il ritardo nella presentazione del ricorso, oltreché per non avergli notificato la sentenza della Cassazione che gli avrebbe consentito di esperire altre soluzioni se gli fosse giunta nei tempi di legge.

I legali declinano con “rammarico” però ogni responsabilità che sarebbe da attribuire esclusivamente all’avvocato Caponnetto.

Fine della storia.
Ad oggi, quarant’anni dopo l’inizio di questa vicenda giudiziaria, il signor Ponticello, carte alla mano, reclama il risarcimento da parte degli avvocati Dario e Francesco Greco.

Il problema maggiore, però, sta nel fatto che  il signor Ponticello non riesca a trovare un avvocato siciliano che voglia assisterlo. Eppure a 85 anni è umano chiedere giustizia.

Non è un problema di onorario, chiosa Ponticello: “Il dato che trattiene, se vogliamo così dire, i legali siciliani è che Francesco Greco è il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Palermo. Già, il potente presidente dell’organo di piazza Vittorio Emanuele”.

Che aggiungere?
L’Associazione Italiana Vittime di Malagiustizia, cui il signor Ponticello si è rivolto fornendo tutta la documentazione del suo caso, dopo aver chiesto all’Avvocato Francesco Greco una sua versione dei fatti senza aver ottenuto però risposta, evidenzia “come il ruolo ricoperto in seno all’Ordine degli Avvocati dall’avvocato Francesco Greco rappresenti un ostacolo al reperimento di un legale che possa assistere il signor Ponticello in una causa per risarcimento danni.”. Virgolettato che altrimenti detto si traduce in: la beffa oltre il danno.

(image copyright: @Live Sicilia)

Vite Distrutte Dalla (Mala) Giustizia. Troppi Innocenti All’Angolo

Vite Distrutte Dalla (Mala) Giustizia. Troppi Innocenti All’Angolo | aivm.it

Il Corriere della Sera – Buone Notizie parla dell’attività della nostra associazione.

Arresti mai commessi, accuse inesistenti, risarcimenti dopo 30 anni per negligenze
di giudici e avvocati: già oltre 7mila segnalazioni all’Associazione che li segue

Articolo di Paola D’Amico

Stordite, incapaci di reagire, risucchiate in un labirinto senza uscita. Così le vittime di malagiustizia raccontano di essersi sentite il giorno in cui si sono trovate coinvolte in una vicenda giudiziaria di cui erano totalmente all’oscuro. Chi ha dovuto affrontare un giudice fallimentare senza sapere perché, chi è stato portato in carcere per reati mai commessi, chi s’è trovato il decreto di sequestro preventivo sulla casa. Choc destinato a perpetuarsi nel tempo: riavere la fedina penale immacolata può richiedere decenni. Mentre la vittima invischiata in un’oscura vicenda giudiziaria viene trascinata in basso, i risarcimenti (spesso) restano un miraggio. Infine, può suonare come una beffa il fatto che, quand’anche una Corte avrà dettato l’agognata formula («assolto perché il fatto non sussiste»), non ci sarà tribunale disposto a portare sul banco degli imputati l’autore/autori dell’errore.

Tunnel senza uscita

Questa è la storia di Michele Tedesco, imprenditore di Bari assolto con formula piena nove anni dopo l’arresto per traffico internazionale di stupefacenti: nove anni che gli hanno distrutto la vita. Che dire, poi, della vicenda del piccolo Angelo, morto a 3 anni, investito da un pirata della strada: era il maggio 1984. Il risarcimento ai genitori è arrivato 33 anni dopo. E ancora Luca, bollato come delinquente abituale per uno scambio di persona: gli fu vietato di far ritorno nella frazione di Frosinone dove lavorava. Fu riabilitato dopo un’istanza al Ministero dell’Interno. La direzione centrale della Polizia Criminale cancellò i dati erronei. Ma lui ne fu informato solo due anni dopo,

Chi entra in questa spirale – spiega Mario Caizzone, che ha fondato nel 2012 l’Associazione italiana vittime di malagiustizia (Aivm, www.aivm.it)- viene triturato dal sistema». Ne è testimone diretto. Nel ‘92, nel clima rovente di Mani Pulite, fu arrestato per colpe non sue: «Sono trascorsi 22 anni per poter riavere la fedina penale immacolata». Per dieci non ha potuto svolgere l’attività di commercialista: «Mi ha salvato la mia famiglia. Ho sempre detto che se ne uscivo vivo – aggiunge – avrei fatto qualcosa per gli altri. Ero benestante, sono finito sul lastrico». Le vittime, dice, sono i «nuovi poveri». Come loro, «all’epoca fui sopraffatto dal panico, incapace di reagire». Nell’ufficio milanese che s’affaccia sulla Stazione Centrale, in piazza Luigi di Savoia 22, ogni giorno s’alternano 4/5 volontari: Valentina, Carlo, Nicola e Tea, che ricorda il caso di un’anziana «alla quale l’amministratore di sostegno sottrasse 40 mila euro». Molti sono laureandi in giurisprudenza o esperti di marketing e comunicazione. Alle spalle hanno un pool di consulenti. Il supporto alle «vittime» di malagiustizia è totalmente gratuito. Il telefono squilla con insistenza. È una donna: «Non so cosa devo fare», dice. Da due mesi scrive all’avvocato di fiducia per sapere com’è finita la transazione con l’ex socio. L’udienza in tribunale è imminente. «Chieda al giudice un rinvio, intanto prendiamo in mano il caso», risponde Caizzone, che precisa: «Non rappresentiamo in giudizio queste persone ma le aiutiamo a sbrogliare la matassa, le facciamo uscire dall’angolo».

Segnalazioni

In sei anni Aivm ha raccolto la segnalazioni di 7 mila persone. Uomini, donne, giovanissimi e pensionati, oltre la metà nei guai con la giustizia penale, altri a causa di banali querelle familiari divenute per incanto tragedie apocalittiche. «Non di rado a monte di tutto c’è la negligenza di un avvocato – aggiunge Caizzone – che perde la causa, perché non fa le giuste contestazioni o non presenta il ricorso nei tempi corretti». L’associazione, su invito della Commissione Giustizia della Camera ha proposto la revisione della carcerazione preventiva: «Non ha senso, distrugge la persona». Ha poi chiesto «la creazione di un intergruppo parlamentare per ridiscutere il gratuito patrocinio a spese dello Stato». Attualmente, per come è strutturato, «non dà garanzia. Chi controlla l’operato dell’avvocato d’ufficio?». Infine, Aivm sottolinea un aspetto cruciale: «I nomi degli imputati non devono essere divulgati fino all’udienza preliminare o al rinvio a giudizio, per dare la possibilità agli imputati stessi di difendersi». Il tema al centro è, innanzi tutto, la professionalità di avvocati e magistrati. «La giustizia arranca». Serve una sorta di «tribunale del malato, una Corte di giustizia – conclude Caizzone – che, oltre a dare supporto a chi si sente abbandonato, possa entrare nel merito del loro operato».

Corriere della Sera – Buone Notizie

Carta Dei Valori

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Dopo 7 anni di attività pubblichiamo la nostra carta dei valori; essa non è un’idea bensì un ideale, un ideale che ciascun volontario fa suo nel quotidiano svolgimento del suo compito.

Lavoriamo al servizio della giustizia

CARTA DEI VALORI

Sostegno: AIVM si avvale di figure professionali appartenenti a svariate categorie (tra cui psicologi, sociologi, medici, ecc.) che, su base volontaria, danno un sostegno, anche morale, alle persone che si rivolgono all’Associazione.

Assistenza:  AIVM si avvale di un team di avvocati che, su base volontaria, assiste gratuitamente le persone che si rivolgono all’Associazione, dando consigli pratici e suggerimenti dopo aver visionato accuratamente la documentazione prodotta.

Ascolto: AIVM ascolta le storie delle persone che si ritengono vittime di malagiustizia e che si rivolgono al nostro Centro d’Ascolto telefonico.

Gratuità: La gratuità delle prestazioni è un principio fondante di AIVM. In sei anni abbiamo aiutato gratuitamente oltre 4.000 persone.

Formazione: AIVM ha stipulato convenzioni di formazione e orientamento con università lombarde, per lo svolgimento di stage formativi presso il proprio Centro d’Ascolto e Osservatorio, che hanno come obiettivo, tra gli altri, quello di essere di aiuto nel formare figure professionali più attente alla dimensione etica.

Ricerca: Grazie al proprio Centro Studi, l’associazione analizza le nuove problematiche sociali emerse dalle informazioni rese disponibili dal Centro d’Ascolto, con l’obiettivo di sostenere e formulare proposte, anche di tipo legislativo, e intervenire su proposte di legge alle camere.

Sensibilizzazione: AIVM è impegnata sul territorio in campagne di informazione e sensibilizzazione sul tema giustizia, per far emergere la diffusione e la portata di un fenomeno che rappresenta una piaga sociale, che mina le fondamenta democratiche del Paese perché compromette diritti civili e beni fondamentali, costituzionalmente garantiti.

 

Potete scaricare il pdf della carta dei valori a questo link.