Crediti immagine: italianiinguerra.com

Tra l’8 e l’11 maggio 1945 si compì l’eccidio di Argelato. Si trattò di una strage avvenuta a Pieve di Cento, provincia di Bologna, messa in atto dai partigiani delle Brigate Garibaldi. Essi uccisero brutalmente 29 persone accusate di essere fasciste.


Gli Eccidi

L’8 maggio alcuni componenti della brigata “Paolo” sequestrarono e uccisero dodici persone. Le sottoposero al giudizio di un tribunale partigiano e le condannarono sommariamente a morte.

L’11 maggio i partigiani garibaldini sequestrarono altre diciassette persone. Tra loro i sette fratelli Govoni, sebbene solo due di loro avessero risposto alla chiamata obbligatoria della Repubblica Sociale Italiana. Prelevarono inoltre da casa Ida Govoni mentre stava allattando la sua bambina. Il marito, per non abbandonare la moglie, volle salire sul camion, ma fu poi costretto a scendere.

Lo stesso giorno i partigiani prelevarono altre dieci persone, compreso il ventiduenne Giacomo Malaguti per aver manifestato ostilità al comunismo. Egli era, però, sottotenente di artiglieria dell’esercito dell’Italia del Sud e si era battuto contro i tedeschi nella Battaglia di Montecassino.

Vennero rinchiusi tutti in uno stanzone nella casa colonica di Emilio Grazia, dove cinque dei fratelli Govoni erano andati a ballare, ignari di tutto.

Qui li torturarono per ore, gettarono i loro corpi nei dintorni in una fossa anticarro e si spartirono i loro beni. Le vittime morirono di pestaggi e sevizie o strangolamento.

Le Indagini

Anni dopo, la madre dei sette fratelli uccisi, ancora non sapeva dove fossero sepolti. Il partigiano Filippo Lanzoni le disse, con tono derisorio, di cercarli con un cane da tartufi. Ciò fece reagire Guido Cevolani, fondamentale punto di partenza per le indagini.

Guido Cevolani era il fratello di uno dei sequestrati di Pieve di Cento l’8 maggio 1945. Capito quello che stava succedendo, inseguì prontamente i partigiani e riuscì con fatica a far liberare suo fratello. Dunque, provocato dal commento di scherno di Lanzoni, decise di fare i nomi che conosceva alle forze dell’ordine.

Alla fine del 1949, il maresciallo di Pieve Vincenzo Masala denunciò i partigiani della brigata garibaldina “Paolo” alla magistratura dopo aver raccolto prove e altre testimonianze.

Poco tempo dopo fu rinvenuta la fossa con i corpi del primo eccidio, poi altre due nel febbraio del 1951. Una con venticinque corpi non identificati e l’altra con i resti delle diciassette vittime della seconda strage, tra cui i fratelli Govoni, permettendo lo svolgimento dei loro funerali.

Giustizia Mancata

Il processo fu unico per entrambi gli eccidi poiché i colpevoli erano gli stessi. Si tenne a Bologna e si concluse nel 1953. Riconobbe gli imputati colpevoli degli omicidi, con quattro condanne all’ergastolo, comminate però, solamente per l’uccisione del tenente Malaguti.

I condannati erano Vittorio Caffeo, commissario politico della brigata, Vitaliano Bertuzzi, vicecomandante, Adelmo Benni, parte del tribunale partigiano, Luigi Borghi, autore dei sequestri e Marcello Zanetti, comandante della brigata che, tuttavia, non fu processato perché deceduto nel 1946.

Lo stato italiano riconobbe ai genitori dei fratelli Govoni 7.000 lire mensili, 1.000 per ogni figlio perso. Purtroppo, però, l’eccidio di Argelato fu una strage le cui vittime non ottennero giustizia, perché gli assassini fuggirono in Cecoslovacchia e comunque la pena fu condonata dall’amnistia Togliatti.

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