Sacco e Vanzetti, i Due Giovani Immigrati condannati Ingiustamente | AIVM

AIVM oggi vi propone una triste vicenda avvenuta negli Stati Uniti agli inizi del ‘900 e che vede come protagonisti due connazionali.

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti sono due giovani italiani immigrati negli Stati Uniti che, all’inizio del secolo scorso, sono stati ingiustamente accusati di omicidio e condannati alla sedia elettrica.


La loro è una storia di povertà e pregiudizio razziale, ma anche una storia di amicizia, che legherà i due giovani fino all’estremo momento dell’esecuzione.

I primi anni negli Stati Uniti

La vicenda di Sacco e Vanzetti iniziò nel 1908, quando entrambi salparono verso gli Stati Uniti in cerca di nuova fortuna. Nicola Sacco era originario di Torremaggiore, in provincia di Foggia, mentre Bartolomeo Vanzetti veniva da Villafalletto, un piccolo paese in provincia di Cuneo.

 I primi anni in America furono anni difficili. Come tutti gli immigrati italiani del tempo essi vivevano di stenti ed erano costretti a fare i lavori più umili per mantenersi. Nicola faceva il calzolaio mentre Bartolomeo, dopo aver lavorato in varie acciaierie e cave, rilevò un carretto del pesce e diventò pescivendolo.

 I due giovani, spinti da ideali anarchici e socialisti, si incontrarono nel 1916, quando entrarono a far parte di un gruppo anarchico italo-americano. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale essi fuggirono in Messico per evitare la chiamata alle armi. Non c’era niente di peggio, infatti, per un anarchico che uccidere e morire per uno Stato.

Al termine del Conflitto, Sacco e Vanzetti ritornarono nel Massachusetts dove vennero inseriti in una lista di sovversivi compilata dal Ministero della Giustizia e pedinati dagli agenti segreti statunitensi.

Il 3 maggio del 1920 un loro amico anarchico originario di Pantelleria, Andrea Salsedo, venne trovato morto davanti ad un grattacielo di New York, sede del BOI (Bureau of Investigation), in cui il ragazzo era detenuto da tempo.

I due giovani anarchici organizzarono allora un comizio per protestare contro il brutale avvenimento a cui però non riuscirono mai a partecipare. Sacco e Vanzetti vennero infatti arrestati con l’accusa di essere i fautori di una rapina in un sobborgo di Boston, in cui avevano perso la vita un cassiere ed una guardia giurata.

Il processo

Sin da subito si capì che per i due giovani italiani non c’era speranza. Essi rappresentavano infatti il capro espiatorio ideale: erano immigrati e non parlavano bene l’inglese. Lo stesso giudice incaricato di seguire il processo li chiamò, senza mezzi termini, “bastardi anarchici”.

 Per di più, gli Stati Uniti stavano vivendo quello che oggi è definito come periodo della “paura rossa”, ovvero la paura dei comunisti. Nonostante né Sacco né Vanzetti si fossero mai dichiarati filocomunisti, i due erano conosciuti dal governo americano per i loro ideali anarchici e pacifisti.

Dunque, vittime del pregiudizio politico e razziale, i due ragazzi vennero accusati di omicidio e arrestati e, dopo sette anni di processi, venne confermata la condanna a morte. A nulla valse la confessione di un pregiudicato che, nel 1925, si dichiarò colpevole della rapina scagionando del tutto i due giovani italiani.

Opinione pubblica

Una volta confermata la condanna a morte, iniziarono a Boston giorni di innumerevoli proteste davanti al palazzo del governo, che si conclusero con una marcia fino al carcere in cui i due ragazzi erano rinchiusi.

Anche il governo italiano, allora sotto il regime fascista, si espresse a favore di Sacco e Vanzetti. Mussolini, nonostante i due giovani perseguissero ideali politici anarchici e socialisti, chiese più volte al governo statunitense di intervenire per ottenere una revisione del processo e per salvare la vita dei due condannati a morte.

Il caso di Sacco e Vanzetti scosse anche il mondo degli intellettuali: tante figure di spicco di quell’epoca si batterono affinché la verità fosse portata a galla e la vita dei due giovani fosse risparmiata.

A nulla servirono le proteste. Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti vennero giustiziati il 23 agosto del 1927 sulla sedia elettrica, a distanza di sette minuti l’uno dall’altro. Mai, neanche negli ultimi istanti della loro vita, essi abbandonarono il loro credo e i loro ideali e morirono ribattendo fino all’ultimo la loro innocenza.

Iniziarono così, sia in Europa che negli Stati Uniti, movimenti di protesta contro il pregiudizio razziale. L’anno successivo una bomba, di probabile matrice anarchica, scoppiò davanti alla casa del giudice responsabile della condanna dei due giovani.

La riabilitazione

Cinquant’anni dopo, il 23 agosto del 1977, il governatore del Massachusetts, Michael s. Dukakis, emanò un proclama in cui riabilitava le figure dei due giovani dichiarando che “il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti devono ricordarci sempre che tutti i cittadini dovrebbero stare in guardia contro i propri pregiudizi […] con l’impegno di difendere sempre i diritti delle persone che consideriamo straniere per il rispetto dell’uomo e della verità”.

Conclusione

Questo purtroppo non basta per poter portare giustizia ai due ragazzi. Sacco e Vanzetti, protagonisti di uno dei più noti casi di malagiustizia, sono morti ingiustamente, sopraffatti da una società ottusa e razzista.

Quello che noi vogliamo, raccontando la loro storia, è fare in modo che essi non vengano dimenticati e che rimangano nella coscienza collettiva di tutti noi italiani, per evitare che casi come questo possano ripetersi in futuro.

AIVM (Associazione Italiana Vittime di Malagiustizia)

Iscritta al Registro Provinciale delle Associazioni senza scopo di lucro della provincia di Milano, con il numero 409. C.F. 97613360151

Piazza Luigi di Savoia 22, Milano

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