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Dopo due mesi dall’approvazione del decreto, gli orfani di femminicidio ancora non percepiscono il rimborso spese mensile di 300 euro.


Cristina Nadotti, La Repubblica, 7 Settembre 2020.

Sono 300 euro al mese per le spese mediche e psicologiche. Ma, a due mesi dall’approvazione del decreto, per le famiglie sono ancora un miraggio. Due nonne raccontano le difficoltà della burocrazia e di crescere questi bimbi senza aiuti.

Ci sono i 14,5 milioni di euro da spendere per il 2020 e c’è il regolamento che indica chi e come, tra gli orfani di femminicidio, ha diritto a 300 euro al mese come rimborso per spese sanitarie, oppure a un finanziamento per borse di studio o avviamento alla professione.

Eppure, fare le domande per richiedere i fondi è complicato e farraginoso. Lo denunciano le associazioni e lo testimoniano le storie delle famiglie affidatarie, famiglie per le quali 300 euro al mese fanno la differenza.

Renza Volpini, 68 anni, ha in affidamento il nipote Omar, 17 anni. Aveva soltanto quattro anni quando ha assistito all’omicidio della madre e da allora la necessità di sostegno psicologico è stata costante.

Sua nonna vive con la pensione di reversibilità del marito, mancato sette anni fa, e il suo assegno sociale:

“Sono circa 1300 euro al mese – racconta Volpini – ma adesso è molto meno perché ho dovuto fare un finanziamento per comprare il computer a Omar, che studia grafica. Ogni mese per lui spendo 100 euro soltanto di medicine e poi c’è la terapia psicologica”.

In tutti questi anni di crisi violente, Omar e sua nonna hanno avuto spesso l’aiuto del Comune di Canneto sull’Oglio e della Asl, ma non basta. “Non è colpa loro – dice la nonna – mio nipote ha bisogno di sostegno continuo, non di una visita ogni 15 giorni. Adesso mi hanno parlato di una nuova terapia, ma andrebbe fatta privatamente. E noi con 900 euro dobbiamo vivere in due“.

Appena saputo del decreto attuativo, Renza Volpini è andata in prefettura a Mantova, perché è appunto in Prefettura che vanno presentate le domande.

“Mi hanno detto che non ne sapevano nulla e si sarebbero informati – riferisce – due giorni dopo mi hanno telefonato, molto gentili, e mi hanno spiegato come fare. Ma devo scrivere un’istanza di richiesta e io non sono capace“.

A Catania, invece, la prefettura, almeno fino a pochi giorni fa, “non era preparata“, riferisce Vera Squatrito, la madre di Giordana di Stefano, uccisa dall’ex convivente nel 2015. La loro figlia adesso ha nove anni ed è la nonna, insieme al compagno, a prendersene cura:

“Non siamo né poveri, né ricchi – dice Squatrito – ma bambini come mia nipote hanno bisogno di cure e sostegno continuo. E io ne ho soltanto una, ci sono famiglie che hanno tre fratellini rimasti orfani”.

Anche per questa bambina, come per Omar, le cure psicologiche sono fondamentali:

“Adesso vede la psicologa una volta alla settimana, ma ci sono stati momenti difficili in cui erano necessarie anche due sedute. Ho sempre pagato di tasca mia, perché la Asl non riesce a soddisfare tutte le richieste”.

Squatrito risponde dopo aver accompagnato la nipote a lezione di equitazione: “Ha cominciato con l’ippoterapia – racconta – e le ha fatto un gran bene, adesso si è innamorata dei cavalli, cerchiamo di farla continuare, ma è una spesa grossa. Grazie anche alle associazioni che ci seguono sono comunque riuscita subito a fare la domanda per i 300 euro. Speriamo arrivino presto”.

Proprio le associazioni denunciano altre difficoltà nel richiedere i contributi:

“È necessaria una campagna di formazione ed informazione a livello istituzionale – dice l’avvocata Patrizia Schiarizza, fondatrice de “Il giardino segreto” – la procedura è complicata e ricalca quella per l’indennizzo dovuto alle vittime di reati di stampo mafioso e reati intenzionali violenti: riteniamo che i familiari non avranno accesso ai fondi prima di 18 mesi dalla domanda. Inoltre, il regolamento prevede che a richiedere le domande possa essere anche il genitore esercente la responsabilità genitoriale, quindi non considera la difficoltà dei familiari di relazionarsi col padre in carcere, dal quale vogliono solo stare lontani, perché spesso hanno paura. Infine – conclude l’avvocata – c’è il grande problema dei numeri e dei dati, poiché non ne esistono di ufficiali sugli orfani”.

Alle osservazioni delle associazioni risponde Raffaele Cannizzaro, commissario per il coordinamento delle iniziative di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso e intenzionali violenti.

“Lo scorso 4 settembre ho firmato la circolare per le prefetture per facilitare la richiesta dei 300 euro per le spese mediche, con moduli prestampati. Capisco le esigenze delle famiglie, ma dal momento in cui un regolamento viene pubblicato, alla sua attuazione, è sempre necessario un po’ di tempo. C’è stato agosto di mezzo e il coronavirus, ma stiamo facendo del nostro meglio per assegnare i fondi. Quanto al numero degli aventi diritto, stimiamo siano circa 2 mila, ma è una cifra in eccesso. In ogni caso, visto che il sostegno si può chiedere anche se la sentenza relativa al reato non è definitiva, se in seguito si dovesse accertare che non si trattava di femminicidio i fondi eventualmente ottenuti non si restituiranno, perché riteniamo comunque fondamentale aiutare gli orfani, qualsiasi sia il motivo che li ha resi tali”.

Cannizzaro spiega anche come saranno ripartiti i fondi in caso di domande in eccesso rispetto alla disponibilità:

“Se arriveranno più domande, i fondi si ridurranno proporzionalmente, partiremo prima di tutto dall’assegnazione dei contributi per spese mediche, perché ci è chiara la loro urgenza”.

Quanto all’erogazione di borse di studio e la frequenza gratuita o semigratuita in convitti e istituzioni educative e di istruzione, Cannizzaro conferma che il comitato è impegnato in una serie di riunioni serrate e che “presto saranno stipulate le convenzioni”.

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