Le Leggi Confuse Rendono Confusa La Giustizia

La giustizia è amministrata in nome del popolo. Ma che accade se i cittadini non riescono a comprenderla e perdono fiducia nella magistratura?

 

Articolo di Andrea R. Castaldo Pubblicato in data 8 Agosto 2018 su Il Sole 24 Ore

 

La giustizia è amministrata in nome del popolo. Una scelta di campo forte e solenne, consacrata all’articolo 101 della Costituzione, non a caso ripresa all’articolo successivo, che affida alla legge il compito di regolarne la partecipazione diretta.
Dunque, siamo noi attori e destinatari delle decisioni giudiziarie. Ma che accade se i cittadini non riescono a comprenderle e perdono fiducia nella magistratura?
Le statistiche insegnano come l’Italia si discosti in basso – significativamente – dalla media degli altri Paesi europei quanto a intelligibilità dei provvedimenti dei giudici. Una dura presa d’atto, dagli effetti noti e dalle cause più incerte. E infatti il minore appeal produce almeno due conseguenze distorsive.
La prima, di natura economica, è la perdita di consistenti chance d’investimento e di attrazione di capitali e risorse: non solo come riflesso di una litigiosità esasperata e spesso strumentale, ma soprattutto per la durata eccessiva del contenzioso, connotato dall’inestirpabile incertezza del risultato. La seconda, a valenza psicosociale, alla lunga più temibile, consiste nella non credibilità dell’istituzione, nel convincimento semplificato dell’ingiustizia di fondo della legge, fino al diffuso sentimento dell’inutilità del comando normativo e della convenienza della trasgressione, legata alla non deterrenza della minaccia. Un virus purtroppo pervasivo, presente in ogni ramo dell’ordinamento, ma particolarmente inquietante nel settore penale.
Ma perché accade tutto ciò? Ovviamente non esiste un’unica risposta, ma un concorso di fattori che giocano a sfavore e si influenzano reciprocamente. Una prima ragione riposa sull’instabilità parlamentare. La mancanza di maggioranze forti politicamente e il periodo limitato del mandato per le ricorrenti crisi condizionano negativamente il processo di formazione della legge, che diventa il frutto di mediazioni e tecniche di compromesso. Il testo finale è così, inevitabilmente, confuso ed esposto alla necessaria opera di interpretazione. E qui subentra il secondo motivo: la giurisprudenza, alla quale compete l’applicazione della norma con la correlata attività di chiarificazione, è incline (e si compiace) a riempire di contenuti i presunti vuoti di tutela lasciati dal legislatore, finendo per creare, supplendo. Un cortocircuito autoreferenziale, in virtù della presenza della (ritenuta) debolezza e incompetenza della classe politica. Gli esempi potrebbero sprecarsi, ma forse due sono più significativi degli altri.
Nell’abuso d’ufficio, il requisito della violazione di legge è stato esteso fino a ricomprendervi l’articolo 97 della Costituzione; nel falso in bilancio, il parametro valutativo è stato fatto rientrare dalla finestra e costituisce reato, a dispetto della riforma. Il problema si trasforma così da stilistico a sostanziale, in quanto il giudice attribuisce un significato valoriale al precetto, tramutandosi nel detentore reale delle scelte di politica criminale.
A ben vedere, andando a valle del fenomeno, tale espansione punitiva innesca un meccanismo di imprevedibilità in concreto della decisione: cioè, il destinatario della norma, al momento del suo agire, non è in grado di percepire con chiarezza il perimetro relativo di liceità, poiché esso è esposto alla dilatazione applicativa giurisprudenziale. Una deriva pericolosa sul fronte della legalità, costata già all’Italia sentenze di rimbrotto della Corte europea dei diritti umani. Non da ultimo, il tasso di mutevolezza della pronuncia all’interno del processo penale è incredibilmente alto; a distanza di anni, una riforma in appello o in Cassazione dalla condanna all’assoluzione (o alla prescrizione) alimenta il senso di ingiustizia e il convincimento dell’incertezza naturale, sia per il colpevole che per la vittima. Con la tentazione di fare i furbi e sfruttare un quadro complessivo non esaltante.
E i rimedi? Sono come sempre nella semplicità, anzi banalità del quotidiano: ognuno torni a fare il proprio mestiere, il legislatore come il giudice. Ma qui l’ossimoro è d’obbligo: proprio perché semplice, è difficile.
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OSSERVATORIO FONDAZIONE BRUNO VISENTINI – CERADI
A cura di Valeria Panzironi

 

Da Lunedì La «Stretta» Sul Regime Di Incompatibilità Per I Curatori

Ai sensi del decreto legislativo 54 del 2018, la nuova disciplina delle incompatibilità per curatori, liquidatori, commissari entra in vigore.

Articolo di Giovanni B. Nardecchia pubblicato in data 23 giugno 2018 su Il Sole 24 Ore

 

“PROFESSIONISTI

Agli incaricati l’obbligo di autodichiarare l’assenza di conflitti

Al via la nuova disciplina delle incompatibilità per curatori, liquidatori, commissari. Da lunedì, infatti, sarà in vigore il decreto legislativo n. 54 del 2018, che innesta alcune modifiche al codice antimafia. L’incompatibilità esiste nel caso di particolari rapporti (parentela, affinità, o «assidua frequentazione derivante da una relazione sentimentale o da un rapporto di amicizia stabilmente protrattosi nel tempo e connotato da reciproca confidenza, nonché il rapporto di frequentazione tra commensali abituali») tra l’incaricato e «magistrati addetti all’ufficio giudiziario al quale appartiene il magistrato che conferisce l’incarico».

Inoltre, viene introdotto l’obbligo di dichiarare l’eventuale sussistenza di siffatti rapporti con «magistrati, giudicanti o requirenti, del distretto di Corte d’appello». La nuova disciplina delle incompatibilità e degli obblighi di dichiarazione riguarda anche le analoghe figure previste nell’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi e nella composizione delle crisi da sovraindebitamento.

La legge impone ai professionisti, al momento dell’accettazione dell’incarico, di dichiarare l’insussistenza di rapporti tali da determinare l’incompatibilità; in caso di sussistenza di siffatti rapporti con uno qualsiasi dei magistrati del tribunale, dovranno rifiutare l’incarico, indicandone il motivo. I professionisti dovranno altresì dichiarare la sussistenza o meno di rapporti particolari con magistrati del distretto di Corte d’appello.

Tali obblighi non riguardano gli incarichi già in essere al momento dell’entrata in vigore della nuova normativa; in caso di incompatibilità sopravvenuta il curatore (commissario o liquidatore giudiziale) dovrà comunque, dichiarare la circostanza al giudice delegato per mettere il tribunale in condizioni di provvedere sull’eventuale sostituzione. Gli stessi obblighi gravano sui coadiutori nominati in base all’articolo 32, comma 2°, legge fallimentare. I curatori (non i commissari e liquidatori giudiziali) dovranno avere cura di richiedere e ricevere la loro dichiarazione di insussistenza di cause di incompatibilità. Nella nozione di coadiutore rientrano tutti coloro che svolgono un’attività che dovrebbe e potrebbe svolgere il curatore: ad esempio il consulente fiscale o quello del lavoro.

È evidente che, al di là dei rapporti di parentela e affinità, che sono oggettivamente individuabili, il «rapporto di assidua frequentazione», implica una valutazione soggettiva che è rimessa alla ragionevole discrezionalità di chi deve rilasciare la dichiarazione, ma che potrà essere successivamente sindacata nel merito da chi è preposto alla vigilanza sul rispetto della legge (in primis i magistrati che conferiscono gli incarichi e che presiedono le procedure nell’ambito delle quali gli incarichi vengono conferiti).

Il richiamo finale alla tradizionale categoria del «rapporto di frequentazione tra commensali abituali» può fornire qualche utile elemento per meglio definire il perimetro dell’area dell’incompatibilità. La locuzione «commensale abituale», secondo prevalente dottrina e giurisprudenza si riferisce a ogni soggetto appartenente a una cerchia di persone con affectio familiaritatis, ossia con interessi comuni, frequenza di contatti e di rapporti, di tale continuità da far dubitare della loro reciproca imparzialità e serenità di giudizio.”

La Negligenza Del Legale Non Fa Scattare Il Danno

La Corte di cassazione, con sentenza n. 13755 del 31 maggio scorso, ricorda che in caso di negligenza del legale il risarcimento del danno è subordinato alla prova che, con un’attività difensiva diversa, la causa sarebbe stata vinta.

 

Articolo di Patrizia Maciocchi pubblicato in data 11 giugno 2018 su Il Sole 24 Ore

 

“L’avvocato negligente che perde la causa perché non fa le giuste contestazioni, rimborsa al cliente solo le spese di lite, se manca la prova che con una difesa più incisiva il verdetto sarebbe stato favorevole. La Corte di cassazione, con la sentenza 13755 del 31 maggio scorso, ha respinto sia il ricordo principale dei clienti del legale sia quello incidentale del professionista.
I primi chiedevano alla Suprema corte i danni, per responsabilità professionale, il secondo non voleva pagare neppure le spese del contenzioso perso. L’avvocato era accusato di non aver fatto la mossa vincente in un giudizio contro una banca della quale i suoi clienti chiedevano la condanna per aver effettuato investimenti senza ordinativi scritti, contestando al tempo stesso un decreto ingiuntivo ottenuto dell’istituto di credito per il saldo negativo di chiusura del conto.
Per la Cassazione il difensore era stato certamente negligente, non avendo chiesto all’istituto di credito di produrre le prove scritte sulle quali basava le sue pretese. Tuttavia non era possibile pronosticare che con una maggiore “abilità”, la causa sarebbe stata vinta. I giudici, ricordano che, in caso di responsabilità professionale dell’avvocato per non aver svolto un’attività dalla quale sarebbe potuto derivare un vantaggio personale o patrimoniale per il cliente, la regola dell’evidenza o del «più probabile che non», vale non solo per accertare il nesso di causalità tra omissione ed evento danno, ma anche per verificare il collegamento tra quest’ultimo e le conseguenze risarcibili.”

Processi Lunghi, Indennizzi Fotocopia

UBI COMMODA, IBI INCOMMODA”: dove ci sono vantaggi ci sono anche svantaggi. La Legge Pinto ne è un esempio.

Promulgata nel 2001, questa legge dà la possibilità di richiedere un indennizzo per il danno subito a causa dell’irragionevole durata di un processo, cercando quindi di ovviare a un grave problema della giustizia italiana. Essa si è, però, rivelata come ulteriore punto dolente della legislazione.

Infatti, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha recentemente scoperto che nel corso degli anni alcuni avvocati hanno presentato più richieste di liquidazione dei danni in forza di un solo decreto della Corte d’Appello, quando invece la legge permette di presentare UNA SOLA istanza di liquidazione danni.

Negli ultimi tre anni lo Stato ha liquidato 532,7 milioni di euro per danni legati all’eccessiva durata dei processi: si comprende solo ora che solamente una parte degli indennizzi pagati rientra tra le frodi.

Articolo di Ivan Cimmarusti per Il Sole 24 Ore

La norma che sanziona una patologia della giustizia italiana – l’eccessiva durata dei processi – rischia di diventare essa stessa patologia, al punto che il suo uso “deviato” è strumento di truffe ai danni dello Stato.

Sotto inchiesta è finito quello che potrebbe risultare un “meccanismo” di frode ai danni dei ministeri dell’Economia e della Giustizia, legato agli indennizzi per violazione della Pinto, la legge che sanziona le lungaggini processuali. Per un unico decreto di liquidazione danni emesso dalla Corte d’Appello, erano depositate anche cinque diverse istanze di indennizzo. Attraverso questo stratagemma si voleva indurre i ministeri a pagare denaro non dovuto.

La norma prevede che, per ogni processo durato oltre i termini ragionevoli sanciti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (sei anni fino al giudizio di legittimità), la parte possa chiedere un solo risarcimento danni.

In particolare, attraverso una istruttoria, il presidente della Corte d’appello competente ingiunge con decreto al ministero (Giustizia in caso di processi ordinari e Finanze per quelli amministrativi o contabili) di liquidare i danni. È stato il Mef ad accorgersi che per diversi procedimenti alcuni avvocati hanno presentato fino a cinque diverse istanze di liquidazione per lo stesso decreto della Corte d’Appello. Non si tratterebbe di un caso isolato, come emerge dagli accertamenti della Guardia di Finanza. Al contrario, sembrerebbe un fenomeno diffuso in diverse città italiane, tra le quali Roma e Napoli, dove già ci sono le prime denunce.

Mezzo miliardo in tre anni

La vicenda non è di poco conto. Negli ultimi tre anni lo Stato si è trovato a liquidare per danni legati all’irragionevole durata dei processi ben 532,7 milioni di euro. Si tratta di denaro pagato dai ministeri dell’Economia e della Giustizia per i procedimenti di rispettiva competenza.

Diversi interventi normativi hanno consentito di stringere le maglie degli indennizzi: (si veda l’articolo a fianco): dunque, rispetto agli anni passati c’è una flessione delle erogazioni.

Stando ai dati congiunti sugli indennizzi pagati dai due ministeri, nel 2015 risultano liquidati 165,6 milioni di euro (relativi a 27.328 fascicoli che sono stati definiti), saliti nel 2016 a 185,3 milioni di euro (per 29.636 fascicoli) e nel 2017 a 181,7 milioni di euro (per 37.481 fascicoli).

È chiaro che solo una parte degli indennizzi rientra tra le frodi. La stessa Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte condannato l’Italia per la durata eccessiva dei processi, sottolineando la necessità di snellire i procedimenti. Gli investigatori stanno lavorando proprio per mappare il fenomeno, che al momento appare un trend diffuso a macchia di leopardo.

La segnalazione dal Mef

L’innesco dell’accertamento è una segnalazione giunta alla Guardia di finanza dal ministero dell’Economia. I tecnici di via XX Settembre si sono accorti che qualcosa non tornava in svariate richieste di indennizzo per violazione della legge Pinto. In particolare hanno trovato per alcuni procedimenti diverse richieste di danni che, però, erano connesse a un solo decreto di liquidazione dei danni. Atti provenienti dagli stessi avvocati e per i medesimi procedimenti per i quali si riteneva violata la norma.

Subito è partito l’ordine di bloccare il pagamento dei doppioni. Ne sono nati dei contenziosi, con pignoramenti notificati direttamente alla Banca d’Italia. Un affare decisamente poco chiaro per il Mef che ha chiesto l’intervento della Finanza. Gli investigatori hanno passato al setaccio le documentazioni, scoprendo che si trattava di atti falsi.

Richieste fotocopia

Stando ai riscontri, alcune istanze di indennizzo sono risultate identiche. Una frode in piena regola sfruttando le pieghe della farraginosa macchina burocratica.

I documenti ritenuti illeciti sono stati acquisiti e analizzati. Alcuni di questi sono risultati chiaramente “fotocopie”, tanto da essere stati contestati agli avvocati. In alcuni casi gli investigatori hanno individuato anche un altro reato: il falso. In particolare, i legali sotto inchiesta avrebbero anche falsificato la firma dei loro clienti. Un aspetto non solo confermato a verbale dagli stessi clienti, ma emerso chiaramente dall’analisi calligrafica dei documenti. L’indennizzo ottenuto illecitamente, dunque, sarebbe finito direttamente nelle tasche dei legali.

Questa frode ha già portato all’apertura dei primi procedimenti. Tuttavia sono stati individuati altri casi che farebbero supporre a un fenomeno diffuso a livello nazionale.