Diego E La Sua Tragica Vicenda: 4 Giorni In Carcere, Ancora Senza Verità


Diego E La Sua Tragica Vicenda: 4 Giorni In Carcere, Ancora Senza Verità | aivm.it

Oggi raccontiamo la storia di malagiustizia portataci da Diego, un trentenne che per vedere risarcita la madre, ferita in un incidente stradale, scopre una truffa alle assicurazioni.

Per averla rivelata, finisce in carcere, subendo anche l’onta di una denuncia per stalking.

E anche quando i giudici gli riconosceranno l’ingiusta detenzione, i fatti non verranno mai alla luce.

In questa storia nomi e luoghi sono stati modificati, ma la triste vicenda è, purtroppo, tutta reale.

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Bimbo Ucciso, Processo Infinito: La Sentenza Arriva Dopo 34 Anni


Bimbo Ucciso, Processo Infinito La Sentenza Arriva Dopo 34 Anni. Ecco La Giustizia Da Riformare | aivm.it

Il Giornale parla della vicenda del piccolo Angelo, conclusasi dopo 34 anni con una sentenza irrisoria, di cui AIVM si è occupata.

Ecco la vera giustizia che va riformata

Articolo di Nino Materi

Ci sono voluti 34 anni per avere una sentenza. Un verdetto che però è una beffa, poche migliaia di euro di risarcimento.

Nulla in confronto all’incalcolabile danno subito: la morte di un figlio di tre anni ucciso, nel 1984, da un’auto pirata. Una storia terribile che l’Associazione italiana vittime di malagiustizia (Aivm) ha seguito con impegno, decidendo ora di rendere pubblica sul suo sito per denunciare la «lunghezza infinita dei processi nel nostro Paese». La vicenda del piccolo Angelo, morto investito mentre giocava in strada, è una tragedia che contiene un altro dramma: nella vana attesa ottenere giustizia, anche il papà del bimbo è morto di crepacuore e la mamma si è ammalata gravemente. Trentaquattro anni di attesa rappresentano un tempo infinito che avrebbero minato la salute di chiunque. Il padre di Angelo non ce l’ha fatta a resistere. Ma è stato meglio così. Almeno si è risparmiato lo scempio di una decisione che ha «monetizzato» la perdita del suo bimbo con la miseria di 13mila euro. Somma che andrà alla mamma del bambino: una donna coraggiosa che ha lottato per avere giustizia in nome del figlio; giustizia – si badi bene -, non denaro. Perché non c’è risarcimento al mondo che possa restituire un bimbo di 3 anni all’amore dei propri cari; per questo la mamma e i fratelli di Angelo, forse, avrebbe preferito non ricevere neppure un euro piuttosto che vedersi riconoscere una somma offensiva, che quasi oltraggia la memoria di Angelo.

Ma ripercorriamo con i volontari dell’Aivm l’odissea della famiglia del bambino: «Era il 4 maggio 1984 quando il bimbo giocava sul marciapiede nei pressi della sua abitazione, sulla strada provinciale Taurianova-Rosarno (RC), una delle tante strade della Calabria costruite senza rispettare alcuna norma di sicurezza». Sembra un giornata gioiosa, ma non è così: «All’improvviso sbuca un’autovettura, una Fiat 125, che viaggiando a una velocità superiore ai limiti consentiti, travolge il piccolo scaraventandolo a 10 metri di distanza e lasciandolo senza vita».

In seguito all’incidente viene avviato un processo penale, ma l’automobilista è assolto perché «il fatto non costituisce reato». Nell’ottobre del 1985 inizia anche un procedimento civile per ottenere il risarcimento dei danni. Passano undici anni per la prima sentenza, che nel 1996 quantifica il risarcimento del danno in 80 milioni di lire. Ma la sentenza, appellata dal conducente dell’auto, viene dichiarata nulla dalla Corte d’Appello nel 1997, e così gli atti vengono rimessi in primo grado.

«A questo punto comincia – si legge nel fascicolo raccolto dall’Associazione vittime di malagiustizia – un’infinita sequela di udienze: la prima nel 2002, poi nel 2007, 2008 e nel 2015. Nel 2015 e nel 2016 si hanno ulteriori rinvii, fino ad arrivare al 2018».

Intanto, nel 2008, muore il padre del piccolo Angelo, sopraffatto da un dolore senza pari.

Nel 2010 la famiglia del bambino denuncia l’eccessiva durata del processo presso la Corte di Appello di Catanzaro. Il tribunale riconosce «l’immotivato ritardo» e liquida come indennizzo alla madre una somma pari a 13.000 e a ciascuno dei fratelli del piccolo 1.500. Solo di recente si è provveduto al pagamento delle «somme indicate». Siamo nel 2018. Da quella maledetta mattina del 1984 sono passati 34 anni.

Il Giornale

A questo link l’articolo di AIVM riguardante questo caso.

Quarant’anni Per Una Sentenza e Gli Avvocati Stanno Alla Larga


35 anni di processo e nessuno ora lo assiste: il caso di Ponticello | aivm.it

Che la giustizia italiana sia lenta, ingolfata e pesante non è un mistero. Le performance del sistema processuale italiano sono tristemente note. E l’Europa le ha spesso condannate.

La fotografia delle aule giudiziarie dove i cittadini diventano vittime, be’ un giorno sì e l’altro pure balza agli onori delle cronache. Niente di cui andare fieri nella patria del diritto e di quel Cesare Beccaria – nonno di Alessandro Manzoni – e del suo “Dei delitti e delle pene”. Tautologia affermare che i processi sono lunghi.

Ma la storia di Calogero Ponticello, classe 1933, non solo dimostra l’assioma ma apre uno squarcio sulle ‘difese’, anzi sui tanti errori dei legali, i quali non pagano mai il conto.

Insomma, la malagiustizia in Italia dipende anche dal disinteresse di alcuni avvocati verso i propri assistiti.

Tutto ha inizio nel 1979, Calogero Ponticello stipula un contratto preliminare di compravendita per un terreno in Licata del valore di 45 milioni di lire ma al momento del rogito ne rifiuta la sottoscrizione avendo scoperto che il frazionamento dell’appezzamento non era conforme al regolamento edilizio.

Ponticello chiede la regolarizzazione ma i venditori decidono di citarlo in giudizio per inadempimento contrattuale.

Inizia il calvario del signor Ponticello che, assistito dall’avvocato Gaetano Caponnetto, solo nel 1995 può sventolare la sentenza di primo grado del Tribunale di Agrigento che però respinge la sua istanza.

E vai, quindi, nel marzo 1996  il Ponticello, assistito dall’Avvocato Caponnetto, il quale presenta il ricorso, e dall’Avvocato Dario Greco, il quale redige la seconda comparsa conclusionale il 27 gennaio 2007, presenta ricorso alla Corte d’Appello di Palermo.

Sì, avete letto bene: undici anni dopo.

Ma, almeno, in questa sede, Ponticello ottiene un punto a suo favore: il consulente d’ufficio rileva la non conformità del frazionamento. L’appello si conclude però con una ordinanza – depositata il 2 febbraio 2007, occhio alle date – di inammissibilità per un vizio di notifica relativo all’atto di integrazione del contraddittorio, peraltro risalente a nove anni prima. Sentenza notificata al precedente difensore di Ponticello il 13 marzo 2007 e di cui l’avvocato Greco ne dà comunicazione al Ponticello nella stessa data.

A questo punto Ponticello ricorre alla Corte di Cassazione riaprendo così il caso. Siamo a marzo 2008.

Nel ricorso si lamenta “l’erronea valutazione del momento di perfezionamento della suddetta notifica da parte del giudice dell’appello, il quale anziché considerare il momento di affidamento dell’atto all’ufficiale giudiziario, prende in considerazione il momento in cui il destinatario ha ricevuto la notifica”.

Ma la Cassazione con sentenza 4880/2014 dichiara inammissibile il ricorso perché “tardivamente proposto dall’avvocato Francesco Greco”: in soldoni, è stato presentato oltre i termini utili per poter essere accolto e, dettaglio non di poco conto, annotato dall’Associazione Italiana Vittime di Malagiustizia “l’avvocato Francesco Greco non ha assolutamente informato il signor Ponticello della decadenza dei termini, anzi, l’ha spinto a firmare il ricorso, come se tutto fosse normale, pretendendo il compenso dovuto.”.

E a spiegazione del virgolettato l’Associazione fornisce nero su bianco due dati: “La Sentenza di Appello n.195 del 2007 è stata notificata in data 12.09.2007 all’avvocato Gaetano Caponnetto mentre il ricorso in Cassazione tardivo, su istanza di Calogero Ponticello e redatto dall’avvocato Francesco Greco, è stato notificato alla controparte il 1 aprile 2008.

Come dire: dal 12 settembre 2007 al 1 aprile 2008 sono più di sei mesi, che è il termine massimo per presentare ricorso in Cassazione.”.

Ponticello osserva che “in data 13 marzo 2007 l’avvocato Dario Greco comunicava, a mezzo raccomandata, lo stato della procedura con copia della sentenza di appello, rilasciata dalla cancelleria del tribunale il 13 marzo 2007.

Tutto ciò non doveva essere esperito dall’Avvocato Greco, ma dall’Avvocato Caponnetto, in quanto fu lui a ricevere la notifica della sentenza. Nonostante nessuna notifica sia giunta allo studio Greco dunque, gli avvocati erano comunque a conoscenza della sentenza, in quanto legali del Sig. Ponticello, e potevano ricorre in Cassazione senza sforare i termini.”.

Ma non finisce qui.

“L’avvocato della controparte il 10 dicembre 2014 notifica a Ponticello la copia della sentenza della Cassazione da cui viene a sapere di essere soccombente a causa del ricorso tardivamente proposto.

Il signor Ponticello ci riferisce – rimarcano dall’Associazione – di aver telefonato immediatamente all’avvocato Dario Greco per avere chiarimenti in merito, ma Greco ha addossato la responsabilità al vecchio legale di Ponticello per non avergli notificato la sentenza di appello.”

Risultato?

Ponticello in data 22 febbraio 2017 chiede il risarcimento danni agli avvocati Dario e Francesco Greco per il ritardo nella presentazione del ricorso, oltreché per non avergli notificato la sentenza della Cassazione che gli avrebbe consentito di esperire altre soluzioni se gli fosse giunta nei tempi di legge.

I legali declinano con “rammarico” però ogni responsabilità che sarebbe da attribuire esclusivamente all’avvocato Caponnetto.

Fine della storia.
Ad oggi, quarant’anni dopo l’inizio di questa vicenda giudiziaria, il signor Ponticello, carte alla mano, reclama il risarcimento da parte degli avvocati Dario e Francesco Greco.

Il problema maggiore, però, sta nel fatto che  il signor Ponticello non riesca a trovare un avvocato siciliano che voglia assisterlo. Eppure a 85 anni è umano chiedere giustizia.

Non è un problema di onorario, chiosa Ponticello: “Il dato che trattiene, se vogliamo così dire, i legali siciliani è che Francesco Greco è il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Palermo. Già, il potente presidente dell’organo di piazza Vittorio Emanuele”.

Che aggiungere?
L’Associazione Italiana Vittime di Malagiustizia, cui il signor Ponticello si è rivolto fornendo tutta la documentazione del suo caso, dopo aver chiesto all’Avvocato Francesco Greco una sua versione dei fatti senza aver ottenuto però risposta, evidenzia “come il ruolo ricoperto in seno all’Ordine degli Avvocati dall’avvocato Francesco Greco rappresenti un ostacolo al reperimento di un legale che possa assistere il signor Ponticello in una causa per risarcimento danni.”. Virgolettato che altrimenti detto si traduce in: la beffa oltre il danno.

(image copyright: @Live Sicilia)

Aldo Coronati: Trent’Anni Di Battaglie Per Far Valere I Propri Diritti


Aldo Coronati Trent'Anni Di Battaglie Per Far Valere I Propri Diritti | aivm.it

La storia di Aldo Coronati, fondatore della Secur, che è stato condannato a pagare più del dovuto e che ha visto sparire i propri soldi nelle casse comunali, con delle ripercussioni anche dal punto di vista lavorativo. Il Comune riconosce il debito, ma fa “orecchie da mercante” e il signor Coronati non si rassegna.

AIVM ha sostenuto il signor Coronati nel corso della vicenda che dura da 30 anni e auspica un esito positivo.

In allegato l’articolo di Olivia Bonetti su Il Gazzettino

AIVM (Associazione Italiana Vittime di Malagiustizia)

Iscritta al Registro Provinciale delle Associazioni senza scopo di lucro della provincia di Milano, con il numero 409. C.F. 97613360151

Piazza Luigi di Savoia 22, Milano