Mario Caizzone: Contro La Malagiustizia | aivm.it

Vi presentiamo l’intervista al nostro Presidente Mario Caizzone del giornalista Ciriaco M. Viggiano de Il Riformista sul caso di malagiustizia di Girolamo De Falco che ha trascorso 800 giorni in carcere da innocente.


Il Riformista intervista Mario Caizzone, presidente di AIVM (Associazione Italiana Vittime Malagiustizia), che riflette sull’assoluzione dell’imprenditore Girolamo De Falco di Acerra, accusato ingiustamente di omicidio.

E’ solo uno dei casi di malagiustizia che ha avuto la fortuna di venire alla luce, mentre molti altri rimangono ancora sconosciuti. In Italia restano ancora purtroppo molte altre vittime, condannate da errori giudiziari mai risolti.

Vi riportiamo qui sotto il testo integrale dell’intervista al nostro Presidente a cura del giornalista Ciriaco M. Viggiano e dell’articolo sull’assoluzione dell’imprenditore a cura della giornalista Viviana Lanza.

Intervista a Mario Caizzone

Ciriaco M. Viggiano, “Malagiustizia, “Indennizzo non basta, magistrati chiedano scusa”. Parla Caizzone (Aivm)“, Il Riformista, 20 Ottobre 2020

“L’indennizzo non basta, la vergogna è che i magistrati non si scusano per i loro errori.”

“Nessun indennizzo è sufficiente per ripagare le pene che una vittima di malagiustizia è costretta a sopportare. E la cosa più grave è che nessun giudice chiede mai scusa per gli errori commessi ai danni di una persona prosciolta o assolta. Servirebbero più buonsenso e rispetto”:

ne è convinto Mario Caizzone, presidente dell’Associazione Italiana Vittime di Malagiustizia (Aivm).

A fondarla, con l’obiettivo di dare voce a quanti subiscono vessazioni nel nome di una legge che non è uguale per tutti, è stato lo stesso commercialista, suo malgrado protagonista di un caso di malagiustizia.

Accusato di ricoprire la carica di sindaco in due società finite nel mirino della Guardia di finanza nei primi anni Novanta, Caizzone ha trascorso quattro mesi agli arresti domiciliari e quasi un ventennio sotto la scure della magistratura italiana prima che la sua innocenza venisse definitivamente riconosciuta.

Ecco perché si mostra particolarmente sensibile alla vicenda dell’imprenditore campano al quale la Corte d’appello di Napoli ha riconosciuto quasi 190mila euro a titolo di riparazione per l’ingiusta detenzione.

Basta un indennizzo per “ricostruire” una vita demolita dalla malagiustizia?

“Certo che no. Ha idea di cosa voglia dire, per una persona che sia vittima di malagiustizia, finire su tutti i notiziari del mattino al momento del proprio arresto? Dopo la diffusione di quella notizia le chiudono i conti correnti, i fornitori e i clienti fuggono e, in alcuni casi, viene persino abbandonata dal coniuge. È facile immaginare la disperazione che ne deriva.”

Com’è possibile che i giudici commettano errori grossolani come quello che aveva inizialmente portato alla condanna dell’imprenditore napoletano?

“Da quando mi occupo dell’associazione non ho mai visto un amministratore di giustizia chiedere scusa
alla vittima, cioè a una persona prosciolta o assolta dalla magistratura. Lei, da giornalista, ha mai visto un amministratore di giustizia scusarsi con una vittima?”

No, anzi. Il caso di Enzo Tortora ci dimostra che, in taluni casi, i magistrati macchiatisi di certi errori vengono addirittura promossi. Ma quale immagine dei giudici emerge in certi casi?

“Quella attuale. E cioè quella di un’istituzione nella quale c’è il rischio che i cittadini perdano progressivamente fiducia. Anni fa l’Aivm ha diffuso un questionario tra parlamentari italiani ed europei, presidenti di Regione e Provincia e sindaci, chiedendo loro a chi dovesse rivolgersi una vittima di malagiustizia. La maggior parte degli intervistati ha risposto “al Padreterno”; gli altri “al papa”, “al presidente della Repubblica” e, infine, “al Consiglio superiore della magistratura”. Se gli uomini delle istituzioni non hanno fiducia nei giudici, dunque, come potrebbero mai averne i cittadini comuni?”

Non trova che la perdita di credibilità della magistratura sia ancora più preoccupante in un territorio come quello campano, spesso preda della criminalità organizzata?

“No, perché la perdita di credibilità della magistratura è grave in qualsiasi contesto.”

Come si possono arginare il boom di errori giudiziari e, di conseguenza, la progressiva perdita di fiducia nei giudici?

“Servono semplicemente buonsenso e rispetto per i più deboli. Dal 27 gennaio 2012 a oggi, circa 9mila persone si sono rivolte alla nostra associazione per chiedere aiuto perché convinte di essere vittime di una cattiva amministrazione della giustizia: un numero altissimo che impone un’inversione di rotta”.

Articolo de Il Riformista

Ecco l’articolo che fa riferimento all’imprenditore di Acerra assolto:

Viviana Lanza, “La mia vita distrutta da pentiti e un’intercettazione”, il dramma di un imprenditore vittima di malagiustizia”, Il Riformista, 20 Ottobre 2020

«È complicato spiegare quanto quello che è successo ha inciso sulla mia vita e su quella della mia famiglia. Anche solo parlarne mi fa sprofondare in quel senso disperazione che vorrei cancellare dalla mia mente», racconta l’imprenditore di Acerra protagonista di un clamoroso errore giudiziario per il quale ha trascorso 800 giorni in carcere da innocente.

Gli era stata contestata l’accusa più grave, omicidio. Sulla scorta delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e di un’intercettazione ambientale male interpretata, la Procura lo aveva indicato tra i responsabili dell’agguato in cui, il 9 dicembre 2006, ad Afragola, fu ucciso un uomo, Luigi Borzacchiello.

In primo grado l’imprenditore era stato condannato a 30 anni di reclusione e in secondo grado, quattro anni fa, assolto.

Da allora è iniziata la sua battaglia legale per vedersi riconosciuto il danno da ingiusta detenzione e l’altro giorno è arrivata la decisione dei giudici: l’uomo otterrà 188.656 euro come risarcimento per la reclusione da innocente.

La somma è ovviamente solo simbolica, non c’è prezzo per i danni che questa vicenda giudiziaria ha causato nella sua vita personale e professionale, per gli stravolgimenti imposti, per le attese e le sofferenze provocate.

«Sono stati momenti di incredulità, di confusione, quasi a non voler accettare che stesse accadendo proprio a me», racconta l’imprenditore ripercorrendo l’incubo giudiziario vissuto.

«Con la sentenza di condanna a 30 anni credevo fosse finita, ma la mia famiglia non si è mai arresa. Mia moglie, nonostante le difficoltà economiche in cui versavamo, ha deciso di cambiare legale e di rivolgersi all’avvocato Marianna Febbraio, chiedendole di aiutarci e di credere nella mia innocenza. Avevamo bisogno di questo – sottolinea – cioè di qualcuno che credesse in me e nella mia estraneità all’omicidio. E devo dire grazie all’avvocato Febbraio che con ostinazione ha smontato le accuse e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che continuavano a mentire sulla mia partecipazione, con loro, all’assassinio del povero Borzacchiello. E poi c’era quella maledetta intercettazione: l’avvocato ha dimostrato l’impossibilità di utilizzarla come elemento di prova».

Il lavoro difensivo è stato determinante in questo processo. Marianna Febbraio è una giovane penalista e, quando le è stato chiesto di assumere la difesa dell’imprenditore già condannato in primo grado a 30 anni di carcere per omicidio, ci ha pensato bene.

«Devo ammettere – racconta la penalista – che mi sono presa qualche giorno prima di assumere la difesa. Ma quando ho letto gli atti, il compendio probatorio mi è apparso immediatamente insufficiente per l’emissione di una sentenza di condanna praticamente a vita.Era stato dato credito alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia intrise di contraddizioni, ma la prova granitica per l’accusa, anche nel giudizio di appello, è sempre stata l’intercettazione ambientale registrata poco prima del raid omicidiario».

Si trattava di un’ambientale captata poco prima dell’agguato e in cui più voci parlavano dell’organizzazione del piano criminale.

Il suo assistito non aveva soldi per una perizia fonica e l’avvocato Febbraio ha comprato un libro su internet per approfondire tutte le tecniche di comparazione delle voci, riuscendo così a mettere in evidenza, davanti ai giudici della Corte di assise di appello, le incertezze delle conclusioni cui era giunto il consulente fonico di parte quando aveva indicato tra le voci captate nell’ambientale anche quella dell’imprenditore.

«I giudici della Corte di assise di appello sono stati attenti agli elementi evidenziati dalla difesa – spiega Febbraio – ed è stata la loro attenzione, insieme alla mia determinazione, a rendere possibile il capovolgimento di una sentenza di condanna a 30 anni di reclusione».

Il momento dell’assoluzione l’imprenditore non lo dimenticherà mai:

«Quando la presidente della Corte di assise di appello di Napoli lesse il dispositivo, io ero in aula, in cella, detenuto da oltre due anni. Fui assolto e immediatamente liberato – racconta – Sento ancora il suono della voce. Piansi e continuai a farlo anche quando, in serata, tornai finalmente a casa».

«Ora sono un uomo libero – aggiunge – e passo il tempo da nonno con i miei nipoti, ma quello che è successo non si può cancellare. E allora chiedo che quello che è successo a me non capiti ad altri».

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