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Giorgio Magliocca riflette sulla vicenda di Antonio Bassolino, assolto per la diciannovesima volta, tracciando un parallelo con la sua vicenda personale e giudiziaria.


Articolo di Giorgio Magliocca presso Roma | 24 Novembre 2020

Stare bene a metà. Così mi sento – ispirato dal titolo di uno degli album più belli di Pino Daniele – nel leggere i copiosi commenti seguiti all’assoluzione n. 19 di Antonio Bassolino. Felice per lui, certo, per avere messo fine a un calvario giudiziario durato oltre un decennio.

Ma solo a metà, considerando che ancora una volta i cittadini devono fare i conti con assoluzioni arrivate fuori tempo massimo, cioè dopo “condanne” mediatiche a volte più inappellabili di quelle inflitte dai tribunali.

Ma non è questo il caso di Bassolino. Anzi, a ben guardare, a lui è andata quasi di lusso: nessuna imputazione aggravata, com’è quasi normale nei reati afferenti ai rifiuti, nessuna carcerazione preventiva e, dopo l’assoluzione, riabilitazione mediatica e tante scuse dalla magistratura che l’aveva inquisito.

Ci fosse anche il famoso amaro della pubblicità, non potrebbe volere più dalla vita. A me è andata decisamente peggio: di processi ne ho subiti 39 e in uno ho dovuto conoscere per 11 mesi l’inferno del carcere preventivo.

L’accusa, del resto, non lasciava scampo: concorso esterno in associazione mafiosa. In più, l’essere stato collaboratore del ministro Mario Landolfi e poi in Campidoglio di Gianni Alemanno finì per conferire al mio arresto un clamore altrimenti “immeritato” per un 35enne sindaco di un piccolo paese del Casertano.

Ma ne sono uscito a testa alta: assolto «perché il fatto non sussiste». Così come non è sussistito nelle altre 38 volte in cui la giustizia si è occupata di me.

A me, però, nessuno ha chiesto scusa e la stampa ha riservato alla mia assoluzione attenzione inversamente proporzionale a quella del mio arresto. Certo, il sindaco di Pignataro Maggiore non è quello di Napoli. E poi si sa, nelle vicende mediatico-giudiziarie un conto è militare a destra e un altro a sinistra.

Ma non è solo per questo che sono felice a metà. Ricordo a me stesso che nel solo 2019 a Napoli sono stati accertati 129 casi di ingiusta detenzione. Significa che altrettante persone sono finite dietro le sbarre senza che vi fossero accuse o presupposti fondati. Chi di loro ha ricevuto scuse pubbliche da un magistrato?

Eppure molto spesso si tratta di imprenditori, gente che al danno della reputazione sfregiata aggiunge anche quello della squalificazione commerciale. Dovremmo ricordarcene più spesso. Quanto meno per regalare anche a loro questa mia mezza felicità.

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