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La triste storia di Franco | aivm.it

La tragedia di un malato di Alzheimer: arrestato per aver spinto la moglie e liberato con una perizia, poi la fine in ospedale.

Dal Corriere della Sera del 28/11/2016, articolo di Giuseppe Guastella

«Tutto bene, va tutto bene» ripete canticchiando Franco mentre fissa un punto indefinito del soffitto nella stanza del giudice. È perfettamente chiaro a tutti che non capisce nulla di quello che gli succede intorno perché la sua mente, devastata a 74 anni dall’Alzheimer, vaga persa tra mondi che la scienza non è in grado di esplorare. Sarebbe dovuto bastare per farlo uscire dal carcere dopo quattro giorni, invece ce ne sono voluti altri due prima che terminasse la tortura di un’assurda detenzione che sarà l’anticamera della sua morte.

La mattina di sabato 8 ottobre scorso i Carabinieri di Busto Garolfo, comune a nord-ovest di Milano, vengono chiamati dalla figlia di Franco perché il padre ha spinto la madre che, cadendo a terra, si è rotta un femore. Malato da cinque anni, già il 9 novembre 2015 era in una fase «severa con disturbi comportamentali», certificava il responsabile del centro Alzheimer dell’ospedale di Garbagnate, il dottor Daniele Perrotta, secondo il quale Franco «necessita di assistenza e supervisione continue», è «molto irritabile» e «aggressivo verbalmente». Diventato ancora più violento, a febbraio scorso aveva aggredito la moglie che lo accudiva fratturandole un omero.

I Carabinieri trovano sul posto il 118, la guardia medica e i Vigili del fuoco. Quando riescono ad entrare, l’uomo (che si era chiuso in casa) è «particolarmente aggressivo», si legge negli atti, li insulta, cerca di colpirli, si divincola «energicamente» dopo che «l’avevano immobilizzato». Viene portato al pronto soccorso dell’ospedale di Legnano dal quale viene «dimesso con una diagnosi di “agitazione psicomotoria in demenza”». Dove metterlo? A casa non può tornare, visto che la moglie deve restare in ospedale 45 giorni e, ammesso che possa e voglia assisterlo, rischierebbe altre aggressioni. Potrebbe essere piantonato in una struttura sanitaria, ma anche questa soluzione viene scartata dal pm Chiara Monzio Compagnoli perché non sembrano essercene di disponibili. L’alternativa diventa l’infermeria del carcere di Busto Arsizio che, per quanto di buon livello, non è tarata per assistere un malato di Alzheimer.

Ma sarà davvero malato? Tutte le certificazioni già esistenti non paiono sufficienti, visto che nel pomeriggio il pm dispone una perizia psichiatrica. Deve però trascorrere l’intero fine settimana prima che al lunedì la richiesta del pm di convalidare l’arresto viene mandata al gip Luisa Bovitutti e ci vogliono altri due giorni per l’udienza in cui il giudice, mercoledì 12 ottobre, non solo convalida l’arresto ma emette anche un’ordinanza di custodia cautelare in carcere basata, tra l’altro, sulla «abitualità delle condotte criminose» nonostante sia palese che le condizioni mentali di Franco siano «gravemente compromesse in quanto egli è affetto da Alzheimer», si legge nell’ordinanza. «Eccezionali esigenze» permettono di superare la norma che vieta il carcere a chi ha più di 70 anni, e comunque Franco non può andare ai domiciliari dato che non ci sono «soggetti disposti ad accoglierlo» vista «l’estrema difficoltà della sua gestione».

Alle 21 dello stesso giorno, il perito del pm certifica l’evidenza: Franco non è in grado di intendere e volere, nemmeno lo era quando ha spinto la moglie, e non è «socialmente pericoloso». Neanche questo basta a uscire seduta stante dalla galera. Passano altri due giorni, e sono sei di fila. «C’è stato l’interesse di tutti per risolvere una situazione pazzesca, ma l’errore più grande è stato l’arresto. Doveva essere curato, non portato in carcere», dichiara il suo legale, l’avvocato Francesco Mitrano.

L’odissea non finisce. Tornato «libero», l’anziano malato viene ricoverato di nuovo a Legnano, prima in psichiatria, poi in medicina d’urgenza per disidratazione e insufficienza renale, alle quali nei giorni successivi si aggiungerà una polmonite. Il 3 novembre viene trasferito nel centro Alzheimer del Pio Albergo Trivulzio di Milano dove si spegne la mattina del 24. Cosa era successo in lui in carcere? «Questi malati hanno grandi difficoltà di adattamento ambientale — spiega Cinzia Negri Chinaglia, primario del centro del Trivulzio — e qualunque evento traumatico aggrava la loro situazione, figurarsi il carcere. Chiunque li prenda in carico dovrebbe esserne cosciente».

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