In tutta Italia l’azione penale è lenta e poco efficiente. Questo porta a spese esagerate per lo Stato. Le problematiche sono varie e vari sono i responsabili.


Massimo Krogh, Il Mattino, 1 novembre 2020

Dal Mattino (del 26 ottobre scorso) si apprende che Napoli avrebbe raggiunto il primato degli errori giudiziari, con l’effetto di un notevole eccesso di spesa per lo Stato per risarcimenti e indennizzi per ingiusta detenzione.

In verità, non solo a Napoli, la giustizia, sia penale che civile, ha sempre peccato in punto di efficienza, sicché è naturale che possano esservi errori ed anche moltiplicarsi. Ora c’è il Covid, una “pandemia” divenuta un “pandemonio”, i processi penali si fanno senza farsi, le parti sono sonnambuli, gli esiti restano nella nebbia; ma lasciamo stare il Covid e parliamo del processo penale in generale.

L’esercizio dell’azione penale è obbligatorio in via costituzionale, divenendo quasi la chiave di lettura del bene e del male nei rapporti sociali e personali. Insomma, la legge come morale, in un paese dove la giustizia dei tribunali lascia molto a desiderare per il suo funzionamento. Vi è una pressione giudiziaria all’inizio molto forte, destinata ad attenuarsi per la carenza dei mezzi.

Ciò si traduce in provvedimenti cautelari improvvisi e violenti, misure clamorose che poi si concludono non di rado in prescrizioni o addirittura assoluzioni. Diventa normale che, in un percorso di questo tipo, si affollino inutilmente le carceri di persone che poi, in una valutazione più accorta, possano risultare non colpevoli e quindi destinatarie di risarcimenti.

Per fare qualche paragone, l’area anglosassone, vale a dire gli Stati Uniti e i paesi che derivano dall’impero britannico, è connotata, invece, dalla discrezionalità dell’azione penale, quindi con la possibilità di valutazioni anteriori e non postume sull’applicazione della prigione. Un sistema dove sembra esservi più testa che nel nostro.

Se si considera la possibile influenza dell’immaginario collettivo e si pensi a quanto avvenuto nelle strade di Napoli lo scorso 23 ottobre, non possono sfuggire i pericoli che circondano il principio di obbligatorietà dell’azione penale da noi vigente.

Non meraviglia, dunque, quanto appare sulla stampa circa l’abbondanza di errori giudiziari e la relativa spesa di risarcimenti e indennizzi che grava sullo Stato. L’articolo 112 della nostra Costituzione recita “il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”; il nostro è fra i pochissimi paesi al mondo ad avere quest’obbligo, addirittura in via costituzionale.

Con l’effetto di un affollamento insostenibile di processi, tale da portare anni fa la nostra giustizia a ricevere una censura dalla Corte di Strasburgo per la sua lentezza. Bisogna con amarezza concludere che in Italia, non solo a Napoli, il processo penale non è quel monumento di certezza che dovrebbe essere, donde lo spiacevole primato pubblicato.

Occorre più attenzione sulla giustizia nell’intero Paese, sia in sede penale che civile, per risalire la china in termini di civiltà e rendersi conto che la causa non è riconducibile ai magistrati, costretti a un gran lavoro su processi inutili.

La realtà sta in un contesto storico-culturale sbagliato, che si trascina dietro la burocrazia ereditata dall’era fascista (era usata per il controllo del cittadino), ed oggi mantenuta da uno Stato che sembra non comprenderne la sua influenza frenante in termini di civiltà.

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