Omicidio Irrisolto Indagini Funerale
Omicidio Irrisolto Indagini Funerale

Arce – Diciannove anni non sono bastati per rendere giustizia a Guglielmo. La sua triste vicenda raccontata in un articolo di CiociariaOggi


Carmela di Domenico, ciociariaoggi.it ; 03.06.2020

La storia tragica di un uomo e di sua figlia, ma anche il tratto di un’Italia piccola, misera nei suoi misteri, brulicante di sospetti e depistaggi, che non sa dare giustizia a un padre, a cui non bastano diciannove anni per separare dal termine “giallo” quel fatto orrendo.

La vicenda umana di Guglielmo Mollicone è un ritratto di questa Italia, perciò è divenuta un simbolo. Come del resto la sua forza nel reclamare la verità sull’efferato assassinio di Serena. Un uomo mite, segnato da un destino crudele: prima la perdita della giovane moglie, poi il colpo al cuore di Serena.

Ferito sì, ma cocciuto nel voler trovare un senso a tanto dolore. Quella verità per cui ha combattuto come un leone e che nessuno è riuscito a dargli fino a domenica scorsa, quando il suo cuore coraggioso lo ha mollato.

Le sue lacrime al funerale di Serena sono ancora vive nel ricordo di chi quel giorno c’era.

E quell’onta dei carabinieri che lo prelevano al termine delle esequie e lo portano in caserma per interrogarlo. È il 1° giugno 2001, un venerdì, quando la ragazza scompare. La diciottenne esce di casa e va a Isola del Liri per fare una ortopanoramica, poi torna ad Arce.

Viene vista per l’ultima volta nella tarda mattinata in piazza. Una squadra della protezione civile la trova morta domenica 3 giugno, poco dopo mezzogiorno. È nel boschetto di Fonte Cupa ad Anitrella, a una decina di chilometri da casa.

Mani e piedi legati con scotch e fil di ferro, la testa in un sacchetto di plastica. È morta per asfissia. Un omicidio terribile, una fine agghiacciante, uno shock per tutti.

Come può una ragazza finire così? E perché? Le indagini partono subito nel verso sbagliato. Nel registro degli indagati della procura di Cassino finisce il carrozziere di Rocca d’Arce Carmine Belli. La polizia lo arresta. Un’altra vittima del “giallo di Arce”.

Entrano in gioco avvocati e criminologi: due anni di battaglie in tribunale, la condanna in primo grado e nel 2004 la Cassazione proscioglie Belli da ogni accusa. Papà Guglielmo stringe con lui un rapporto di sincera amicizia.

Il tempo passa e la verità non viene a galla. Anzi, il mistero s’infittisce. L’11 aprile 2008 il carabiniere di Arce Santino Tuzi si uccide con un colpo di pistola nella sua auto. Aveva raccontato agli inquirenti che la mattina del 1°giugno una ragazza era entrata in caserma, forse Serena.

L’inchiesta cambia strada ma ha i suoi tempi. Lunghi. Guglielmo però non molla. Esprime pubblicamente la sua richiesta di giustizia. E diventa un personaggio mediatico. Interviste, interventi in tv, nei convegni, nelle scuole, riconoscimenti, inviti. Lui va e parla di Serena, confida negli inquirenti, vuole la verità.

Nel giugno 2011, accusati di omicidio volontario e occultamento di cadavere, vengono indagati l’ex comandante della caserma di Arce Franco Mottola, sua moglie Anna Maria e suo figlio Marco. Tutto il paese è coinvolto, viene esaminato il Dna di 272 persone. Senza esito.

Poi, nel 2016, la riesumazione del cadavere di Serena e un nuovo straziante funerale per Guglielmo. Altri esami medico-legali e una perizia di 250 pagine. Caso riaperto.

L’omicidio sarebbe avvenuto in caserma. Un anno fa la chiusura delle indagini con la richiesta di rinvio a giudizio per i Mottola, il sottoufficiale Vincenzo Quatrale per concorso e il carabiniere Francesco Suprano per favoreggiamento. Papà Guglielmo ne era certo: l’hanno ammazzata in caserma.

La giustizia terrena non è stata capace di rispondergli. Il coma in cui è sprofondato il 27 novembre scorso ha soffocato la sua speranza, non però quella di un intero Paese.

Maestro per oltre quarant’anni, una vita dedicata all’insegnamento, ai ragazzi, ad ascoltare gli altri.

«Quando sapevamo che eri tu a fare una supplenza era festa. E tutti coloro che sono stati suoi alunni lo sanno. Sei stato, prima di tutto, un maestro di vita».

Parole interrotte dalle lacrime, quelle pronunciate dalla nipote Gaia Fraioli, che insieme al fratello di Guglielmo, Antonio, e alla figlia Consuelo sapranno portare avanti la sua battaglia.

«In tutti questi anni abbiamo ricordato Serena ogni 1° giugno, alcune volte eravamo in 10, altre in 20. Alcune volte pioveva. Ma tu dicevi sempre: non devi preoccuparti. Ci siamo noi» continua. Poi ricorda le tante piccole attenzioni che Guglielmo sapeva riservarle.

La rosetta di pane caldo della domenica, i suoi cento uccelli di cui andava fiero e che le mostrava con orgoglio, quell’amore per gli animali che lui raccoglieva feriti dalla strada per curarli: «È questo l’insegnamento che ha dato a Consuelo e a Serena. Ora vorrei dirgli: zio, nulla è perduto.

La tua battaglia non è persa. Tutto ciò che tu ci hai lasciato è nel nostro cuore. E la portiamo sempre con noi. Non potevo non salutarti nello stesso modo in cui, ogni 1°giugno, salutavamo insieme Serena».

Davanti alla sua cartoleria, accanto alla chiesa, un mazzo di fiori e un messaggio speciale. Proprio quella cartoleria, come ricordato anche durante l’omelia, era un punto di riferimento per tutti, dove confrontarsi e trovare un consiglio.

Dove raccontare ancora una volta di Serena bambina, dei suoi sogni della forza di combattere per i suoi ideali.

Con la forza limpida di una ragazza forte dei suoi 18 anni e della sua lealtà. Quella che Guglielmo ha mantenuto per settantadue anni, senza mai cedere il passo al dolore e alle difficoltà.

di: Carmela Di Domenico

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