Lettera all'Associazione: accusato di diffamazione assolto dopo sei anni

Lettera all’Associazione, la storia di una vittima dell’eccessiva lunghezza dei processi.

La lunghezza dei processi è probabilmente una delle principali cause di malagiustizia nel nostro paese.

La giustizia italiana non brilla certo per rapidità: in media per i processi penali occorrono circa 6/7 anni, se tutto va per il verso giusto. Molto spesso però tra rinvii, assenze, passaggi da un giudice all’altro i tempi si dilatano esponenzialmente.

L’eccessiva durata dei procedimenti non fa altro che accrescere la sfiducia e l’incertezza dei cittadini nel sistema giudiziario italiano.

A questo proposito, vi riportiamo la testimonianza di chi ha dovuto attendere 6 anni prima di essere dichiarato innocente.

(Nomi e località sono stati cancellati per ragioni di privacy)

“Anno 2009.

Sono a capo di una struttura di una trentina di persone. Tutto ha inizio con le minacce che ricevo da parte di un collaboratore, a cui ho consegnato una lettera di biasimo per un comportamento ritenuto aziendalmente non corretto, dopo ripetute segnalazioni da parte di diversi collaboratori.

Io non sono l’autore della lettera di lamentela, che non ho né scritto né firmato; mi limito, in qualità di diretto superiore, a consegnarla. Tanto basta.

Al momento della consegna, il collega mi parla, dal principio, con l’indulgenza che si concede a chi, ingenuo, non sa in quale pasticcio si stia infilando.

E poi con l’esplosiva aggressività di chi si sente defraudato di un privilegio, sottratto di un diritto incontestabile, ferito nell’orgoglio e pure leso nell’onore.

Una lettera di biasimo da parte dell’azienda costituisce quindi un torto insopportabile, quasi una contro-provocazione. A questo punto è del tutto irrilevante la ragione o il torto, ciò che conta è riparare la lesa maestà.

Mi viene detto chiaro che pagherò per quell’affronto, che con quel gesto sono diventato “il primo della lista fra i suoi nemici”. Divengo così un nemico da combattere, con ogni mezzo, leale o sleale, per il solo fatto di aver consegnato una lettera.

A colloquio concluso riferisco al mio diretto superiore l’accaduto, il comportamento, il tono, le minacce. Il mio superiore (in verità pure contro la mia volontà) inoltra la segnalazione all’ufficio del personale, innescando in questo modo la macchina del contenzioso. Contestazione disciplinare, discolpe, provvedimento disciplinare.

Qualche tempo dopo la polizia giudiziaria mi convoca e mi consegna l’atto in cui scopro di essere indagato per il reato di diffamazione.

Ricordo lo stupore, ripensando alle minacce ricevute, ai comportamenti cui ho assistito, all’enorme pressione cui ero sottoposto in quei giorni, a leggere che l’indagato ero io. C’era un lato paradossale in tutto questo.

La polizia giudiziaria, non so bene per quale motivo, arriva anche in azienda a consegnarmi l’atto che già avevo ricevuto presso la loro sede qualche giorno prima.

L’azienda incarica un legale per difendermi nel processo penale, il che naturalmente mi richiede un certo impegno sia in termini di tempo che in termini emotivi.

Mi accorgo subito di essere molto fortunato in questo. Il mio legale è una persona equilibrata e rassicurante. Mi prefigura con chiarezza gli scenari, non del tutto rosei per la verità, ma lo fa con autorevolezza e competenza, con una profonda conoscenza del mestiere.

E poi, penso: questo processo non si può proprio perdere. Ci saranno 100 persone che possono testimoniare di aver ricevuto minacce, provocazioni, insulti da quello stesso collaboratore.

Altrettante potranno riferire, per esperienza diretta, dei comportamenti provocatori adottati dal soggetto, in palese atto di sfida nei confronti dell’azienda.

Come si fa a perdere questa causa?

Mi spiega, il mio avvocato, che tutto quello che è successo e tutto quello che può aver fatto il mio collaboratore prima e dopo quell’incontro di consegna della lettera di biasimo, è del tutto ininfluente. Può aver fatto le più grandi malefatte, ma conta solo quel che mi ha detto in quella circostanza e la possibilità di dimostrarlo.

E dal momento che c’eravamo solo io e lui al momento della consegna della lettera, è solo una mia parola contro la sua.

Non mancano i momenti in cui mi sale un po’ la rabbia per il senso di profonda ingiustizia per essere incastrato in tutto questo.

Si susseguono le sedute nelle aule del Tribunale.

Il giudice sarà sempre lo stesso dall’inizio alla fine del processo, il pubblico ministero viceversa cambierà di volta in volta. E di volta in volta si ripete lo stesso copione: il pubblico ministero si legge gli atti e fa domande (ma solo nei casi più fortunati).

In alcuni casi i pubblici ministeri sono persone posate ed equilibrate, in altre svogliate al limite della sonnolenza, in altre ancora rabbiose e colpevoliste a priori.

Sono passati 10 mesi dalla prima alla seconda udienza.

Leggere poi le memorie della controparte faceva ribollire il sangue, con i fatti capovolti e manipolati, con associazioni di eventi disgiunti e mai stati correlati, ora invece opportunamente ricostruiti in sequenze causa- effetto tanto efficaci quanto lontane dal vero.

Non mi lasciava la sensazione di essere in un posto che aveva una bassissima correlazione con la giustizia.

Sei anni.

Sei anni è durato il processo penale. Sei anni in cui ho dovuto esercitare me stesso a vivere con distacco da questa situazione.

Sei anni in cui mi sono dovuto ripetere che qualsiasi fosse stato risultato potevo camminare a testa alta nella consapevolezza di essere innocente. Sei anni in cui ho dovuto allontanare i pensieri negativi, il senso di ingiustizia e di profonda frustrazione, che mi prendeva, a volte, ripensando a questa situazione.

Alla fine sono stato assolto con formula piena.

Sei anni, poi, per dirimere una questione durata pochi minuti è qualcosa di difficilmente comprensibile. Anche perché per quei sei anni una parte di me ha vissuto un po’ in sospensione, con la preoccupazione che le cose andassero a rovescio.

Non posso dimenticare il senso di precarietà che ho provato.

Il fatto di aver vinto la causa con formula piena, ha davvero sgombrato il campo dalle ombre così presenti durante tutto questo tempo? Posso dire in sincerità che quelle aule grigie, quei rituali, quei rappresentanti della giustizia, quei rinvii infiniti ad altre sedute, quei a volte incomprensibili cavilli, quegli articoli di legge sono la garanzia di una giustizia che funziona?

Non mi sento sicuro di poterlo affermare.”

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