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UBI COMMODA, IBI INCOMMODA”: dove ci sono vantaggi ci sono anche svantaggi. La Legge Pinto ne è un esempio.

Promulgata nel 2001, questa legge dà la possibilità di richiedere un indennizzo per il danno subito a causa dell’irragionevole durata di un processo, cercando quindi di ovviare a un grave problema della giustizia italiana. Essa si è, però, rivelata come ulteriore punto dolente della legislazione.

Infatti, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha recentemente scoperto che nel corso degli anni alcuni avvocati hanno presentato più richieste di liquidazione dei danni in forza di un solo decreto della Corte d’Appello, quando invece la legge permette di presentare UNA SOLA istanza di liquidazione danni.

Negli ultimi tre anni lo Stato ha liquidato 532,7 milioni di euro per danni legati all’eccessiva durata dei processi: si comprende solo ora che solamente una parte degli indennizzi pagati rientra tra le frodi.

Articolo di Ivan Cimmarusti per Il Sole 24 Ore

La norma che sanziona una patologia della giustizia italiana – l’eccessiva durata dei processi – rischia di diventare essa stessa patologia, al punto che il suo uso “deviato” è strumento di truffe ai danni dello Stato.

Sotto inchiesta è finito quello che potrebbe risultare un “meccanismo” di frode ai danni dei ministeri dell’Economia e della Giustizia, legato agli indennizzi per violazione della Pinto, la legge che sanziona le lungaggini processuali. Per un unico decreto di liquidazione danni emesso dalla Corte d’Appello, erano depositate anche cinque diverse istanze di indennizzo. Attraverso questo stratagemma si voleva indurre i ministeri a pagare denaro non dovuto.

La norma prevede che, per ogni processo durato oltre i termini ragionevoli sanciti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (sei anni fino al giudizio di legittimità), la parte possa chiedere un solo risarcimento danni.

In particolare, attraverso una istruttoria, il presidente della Corte d’appello competente ingiunge con decreto al ministero (Giustizia in caso di processi ordinari e Finanze per quelli amministrativi o contabili) di liquidare i danni. È stato il Mef ad accorgersi che per diversi procedimenti alcuni avvocati hanno presentato fino a cinque diverse istanze di liquidazione per lo stesso decreto della Corte d’Appello. Non si tratterebbe di un caso isolato, come emerge dagli accertamenti della Guardia di Finanza. Al contrario, sembrerebbe un fenomeno diffuso in diverse città italiane, tra le quali Roma e Napoli, dove già ci sono le prime denunce.

Mezzo miliardo in tre anni

La vicenda non è di poco conto. Negli ultimi tre anni lo Stato si è trovato a liquidare per danni legati all’irragionevole durata dei processi ben 532,7 milioni di euro. Si tratta di denaro pagato dai ministeri dell’Economia e della Giustizia per i procedimenti di rispettiva competenza.

Diversi interventi normativi hanno consentito di stringere le maglie degli indennizzi: (si veda l’articolo a fianco): dunque, rispetto agli anni passati c’è una flessione delle erogazioni.

Stando ai dati congiunti sugli indennizzi pagati dai due ministeri, nel 2015 risultano liquidati 165,6 milioni di euro (relativi a 27.328 fascicoli che sono stati definiti), saliti nel 2016 a 185,3 milioni di euro (per 29.636 fascicoli) e nel 2017 a 181,7 milioni di euro (per 37.481 fascicoli).

È chiaro che solo una parte degli indennizzi rientra tra le frodi. La stessa Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte condannato l’Italia per la durata eccessiva dei processi, sottolineando la necessità di snellire i procedimenti. Gli investigatori stanno lavorando proprio per mappare il fenomeno, che al momento appare un trend diffuso a macchia di leopardo.

La segnalazione dal Mef

L’innesco dell’accertamento è una segnalazione giunta alla Guardia di finanza dal ministero dell’Economia. I tecnici di via XX Settembre si sono accorti che qualcosa non tornava in svariate richieste di indennizzo per violazione della legge Pinto. In particolare hanno trovato per alcuni procedimenti diverse richieste di danni che, però, erano connesse a un solo decreto di liquidazione dei danni. Atti provenienti dagli stessi avvocati e per i medesimi procedimenti per i quali si riteneva violata la norma.

Subito è partito l’ordine di bloccare il pagamento dei doppioni. Ne sono nati dei contenziosi, con pignoramenti notificati direttamente alla Banca d’Italia. Un affare decisamente poco chiaro per il Mef che ha chiesto l’intervento della Finanza. Gli investigatori hanno passato al setaccio le documentazioni, scoprendo che si trattava di atti falsi.

Richieste fotocopia

Stando ai riscontri, alcune istanze di indennizzo sono risultate identiche. Una frode in piena regola sfruttando le pieghe della farraginosa macchina burocratica.

I documenti ritenuti illeciti sono stati acquisiti e analizzati. Alcuni di questi sono risultati chiaramente “fotocopie”, tanto da essere stati contestati agli avvocati. In alcuni casi gli investigatori hanno individuato anche un altro reato: il falso. In particolare, i legali sotto inchiesta avrebbero anche falsificato la firma dei loro clienti. Un aspetto non solo confermato a verbale dagli stessi clienti, ma emerso chiaramente dall’analisi calligrafica dei documenti. L’indennizzo ottenuto illecitamente, dunque, sarebbe finito direttamente nelle tasche dei legali.

Questa frode ha già portato all’apertura dei primi procedimenti. Tuttavia sono stati individuati altri casi che farebbero supporre a un fenomeno diffuso a livello nazionale.

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