Chi, Più Del Giudice, Deve Rispettare Le "Leggi Dell'Umanità"?

La mancata archiviazione per De Cataldo e altre storie.

Da Il Sole 24 Ore del 02/11/2016, articolo di Donatella Stasio

I giudici e le «leggi dell’umanità»

Il caso De Cataldo e altre storie di ordinario rispetto della dignità delle persone

Uno dei «ricordi più cari» di Piero Calamandrei riguarda un presidente di Corte con più di quarant’anni di carriera. Quel giudice gli raccontò che, durante un processo d’appello, il Pubblico ministero si lanciò in una durissima requisitoria contro l’imputata – una domestica accusata di aver rubato una posata d’argento (assolta in Tribunale per non aver commesso il fatto) – «inveendo violentemente» contro la donna, che, «accasciata sul banco degli imputati, piangeva silenziosamente». Mentre «l’accusatore continuava nelle sue invettive», il giudice chiamò l’usciere e gli sussurrò qualcosa all’orecchio; l’usciere, «come se portasse un’ambasciata», andò a riferirlo all’imputata «e quella si asciugò gli occhi e smise di piangere».

Quando la Corte si ritirò in camera di consiglio per decidere, un signore del pubblico che aveva assistito alla scena si avvicinò all’usciere e gli domandò che cosa gli avesse detto il presidente. «Mi ha detto: vai a dire a quella donna che smetta di piangere perché l’assolveremo».

Elvio Fassone, nel libro «Fine pena: ora» (Sellerio, 2015) racconta la corrispondenza durata ventisei anni tra un ergastolano e il suo giudice (lo stesso Fassone), dopo un maxi processo alla mafia catanese celebrato nel 1985 a Torino e durato due anni. Salvatore, a dispetto della sua giovane età, fu giudicato uno dei capi dell’associazione mafiosa e condannato al “fine pena mai”, ma con lui il presidente della Corte stabilì subito un rapporto di reciproco rispetto e fiducia, e dal giorno dopo la sentenza cominciò a scrivergli, e a ricevere risposte, per non abbandonare quell’uomo che avrebbe trascorso in carcere il resto della vita, tra il desiderio di emancipazione – attraverso studio e lavoro – e lo sconforto, sfociato in un tentativo di suicidio quando arrivò il durissimo regime del 41 bis.

Giancarlo De Cataldo, giudice della Corte d’assise d’appello di Roma e famoso scrittore, è stato da giovane anche magistrato di sorveglianza e in quel periodo ha conosciuto il detenuto Salvatore Buzzi. Lo risente anni dopo, quando Buzzi ha già scontato la pena, è stato riabilitato e viene considerato dal mondo istituzionale, politico e sindacale un esempio di reinserimento sociale, nonché punto di riferimento romano delle cooperative di recupero di ex carcerati. I due si scambiano alcuni sms, spesso ironici, fino a due mesi prima che Buzzi finisca al centro dell’inchiesta della Procura di Roma su Mafia capitale. Un coinvolgimento di cui De Cataldo era del tutto ignaro.

Domanda: c’è, forse, nel comportamento di questi tre giudici qualcosa di “socialmente disdicevole”? C’è una caduta di prestigio o di credibilità, personale e della magistratura? O addirittura: queste tre storie sono forse espressione della “questione morale” che attraversa anche le toghe?

Il primo giudice violò platealmente il segreto della camera di consiglio, anticipando addirittura la sentenza all’imputata; il secondo stabilì subito con il suo condannato un rapporto di intimità, qual è uno scambio epistolare ultraventennale; il terzo ha accettato un rapporto confidenziale con un ex detenuto, ormai riabilitato: in effetti, c’è un filo rosso che, malgrado i diversi contesti storici, attraversa le tre vicende. Ma è, per dirla con Calamandrei, «il rispetto delle leggi dell’umanità».

Nessuno dei tre giudici ha esitato a riconoscere – non solo a parole, ma nei fatti – la dignità di persona a chi nell’immaginario collettivo (anche di parte della magistratura), dovrebbe invece essere declassato a persona di serie B, condannato a un “fine pena mai” per essere finito nelle maglie della giustizia, un marchio indelebile che non consentirebbe aperture di credito, meno che mai contatti con chi rappresenta la Giustizia.

Dunque, tre esempi virtuosi di giudici.

E tuttavia, il Csm, o almeno una parte, non sembra pensarla così, visto che il caso De Cataldo-Buzzi è finito a Palazzo dei Marescialli e, dopo mesi, ha spaccato il plenum sulla proposta di archiviazione. Al giudice-scrittore non si contestano né “colpe” in senso tecnico né illeciti disciplinari, eppure continua a essere “accusato”, in buona sostanza, di aver avuto rapporti telefonici con un “cittadino” che aveva espiato la sua pena, era uno dei simboli della rieducazione dei detenuti, e, all’epoca dei contatti, ancora non si sapeva che fosse indagato.

Molti interrogativi sono stati sollevati sulle motivazioni di questo “accanimento”: invidia per la sua notorietà di autore, anche di fiction? Resa dei conti fra gruppi contrapposti della magistratura? Attacco a Magistratura democratica sul terreno della “questione morale”, che ha colpito in particolare toghe di altre correnti?

Forse c’è anche questo, o forse no. Certo, il mercimonio o lo svilimento della funzione giurisdizionale che la cronaca ha via via registrato (al di là delle indagini e persino delle condanne) consiglierebbe al Csm di concentrare lì le attenzioni. Ma tant’è. Qui interessa un altro profilo, quello del “buon giudice”, che di solito viene misurato sulla base dei parametri costituzionali dell’autonomia, dell’indipendenza, dell’imparzialità. Il giudice dev’essere, ma anche apparire, indipendente. Vero.

Tuttavia, la Giustizia è anche altro, perché affonda le sue radici nel rispetto della dignità umana, il valore dei valori costituzionali. Calamandrei parlava di «leggi dell’umanità». E chi, più e meglio del giudice, deve incarnare il rispetto di quelle leggi?

I valori costituzionali non basta declamarli; per tenerli vivi bisogna praticarli. Anche contro un certo senso comune che considera alcune persone di serie B. I giudici sono chiamati a dare l’esempio, dimostrando che la toga non è uno status aristocratico, che magari giustifica frequentazioni borderline, anche se apparentemente di serie A, e ne esclude altre a priori, perché di serie B.

La Costituzione non distingue tra persone di serie A e di serie B. Non alza muri ma, semmai, cerca di abbatterli. Altrimenti non avrebbero senso né la presunzione d’innocenza fino alla condanna definitiva, né l’esecuzione della pena finalizzata al reinserimento sociale. Negare con il proprio comportamento questi principi è, quello sì, “disdicevole”, soprattutto per chi indossa la toga.

D’altra parte, quante mani stringono ogni giorno i giudici senza sapere se sono mani pulite oppure no? E quante di quelle mani, purtroppo, sono state anche mani di colleghi?

Ecco perché il caso De Cataldo non solo non è di rilievo disciplinare, ma neppure “socialmente disdicevole” e, meno che mai, emblematico di una “questione morale”. È soltanto una delle storie di giudici che sanno rispettare le «leggi dell’umanità» contro quello che lo stesso Calamandrei definiva il «farisaico ossequio alle forme crudeli».

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