Con questo articolo si conclude l’intervista al giornalista Giovanni Maria Jacobazzi del Dubbio, come avrà risposto alle nostre domande?


Dopo aver parlato della comunicazione giudiziaria e della magistratura e diritti giudiziari, Jacobazzi ci offrirà il suo punto di vista sui risarcimenti per le vittime di malagiustizia, su come supportare un associazionismo come quello di AIVM e molto altro.

#4.  Secondo lei, quale può essere una giusta forma di risarcimento per le vittime di malagiustizia?

In passato ci sono state leggi di grandissima civiltà che però sono state affossate.

L’ultima, presentata nella scorsa legislatura, prevedeva una cosa di assoluto buon senso: se tu cittadino dopo essere stato portato alla sbarra ed esserti difeso vieni assolto, devi essere risarcito per le spese affrontate.

Il primo firmatario fu un ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini, comunque più di 100 senatori avevano firmato questa proposta di legge.

Chair of Foreign Affairs Committee Gabriele Albertini: “A European Italian”, di European Parliament; licenza: CC BY-NC-ND 2.0

Oggi questo non succede ed è un grave problema: bisogna vendere la casa e fare un mutuo per pagare avvocati consulenti e quant’altro perchè lo Stato mi ha portato in giudizio.

Una volta assolto, per tutti i fastidi e gli stress causati non è previsto nulla. Penso che sarebbe giusto concedere almeno un risarcimento.

Un’altra cosa di buon senso che c’è ma non viene applicata è la legge Pinto: Se tu non riesci a processarmi in un certo periodo di tempo allora basta. Inoltre, ho anche diritto ad un indennizzo, perchè non posso passare la mia esistenza in balia dei tribunali.

Putroppo, anche qui con il sistema infernale del blocco della prescrizione finisce tutto nel cestino.

jacobazzi-magistratura

Un’altra pratica da implementare, secondo me, è prevedere una serissima responsabilità civile nei confronti del magistrato che sbaglia.

Come funziona adesso? Che paghiamo sempre noi cittadini, e non è giusto, perchè se io faccio causa ad un magistrato che si è accanito contro di me e ho ragione, paga il ministero della giustizia: per noi contribuenti oltre al danno la beffa.

Non è possibile che per l’errore di una singola persona ne risponda la comunità. Questo vale per ingiusta detenzione, trattamenti degradanti e altro. In sintesi se il giudice fa un errore poi paga lo Stato.

Queste sono cose da fare subito, altrimenti c’è una totale deresponsabilizzazione: posso trascinarti in processo in eterno e va tutto bene. Sbaglio e paga sempre il contribuente. Questa non mi sembra giustizia.

#5.  Come migliorare il sistema giustizia in Italia?

Confido nel ricambio generazionale, nella sensibilità delle nuove generazioni. Ad oggi le battaglie sulla giustizia le ha fatte soltanto il partito radicale. Bisognerebbe trovare qualcuno nel panorama attuale che si faccia carico di questi temi, purtroppo impopolari, che fanno perdere voti e consensi.

Chi difende chi è in prigione? Nessuno, anzi, è diffusa nell’immaginario collettivo la volontà di gettare la chiave come con il conte di Montecristo.

L’articolo 27 della Costituzione prevede che la pena sia rieducativa, ma se butto la chiave non c’è il reinserimento, allora quella non è una pena rieducativa ma è tortura. Questo ci fa tornare al codice di Hammurabi e alla legge del taglione, ma noi siamo il paese di Cesare Beccaria e, incredibilmente, dopo 300 anni dal “Dei Delitti e delle Pene” , siamo arrivati al buttare la chiave.

Confido quindi che ci sia qualcuno che si voglia impegnare in un cambio di mentalità.

Siamo arrivati a questo dopo 30 anni di bombardamento mediatico, la gente ha questo condizionamento per cui non è facile cambiare, ma bisogna cominciare invece che arrendersi in partenza.

Inoltre, abbiamo evidenziato molte criticità in questo rapporto mai risolto in tanti anni fra politica e magistratura: porte scorrevoli di magistrati che vanno in politica, finiscono, poi tornano a fare i magistrati e poi tornano a fare politica senza soluzione di continuità.

Questo aspetto è quello principale del “Palamara-gate”, assieme all’assenza di seri rimedi per porre fine a quello che è lo scopo dell’associazione: le vittime di malagiustizia, di errori giudiziari da parte dei magistrati. In questo momento il cittadino non ha nessuno strumento, nulla.

Altra cosa da fare è sicuramente incentivare l’associazionismo, un associazionismo che in questo caso è no profit.

Questo è fondamentale: una persona deve arrivare ad uno sportello civico, che però deve operare in maniera “francescana”, dove venga detto: “io non ti chiedo assolutamente niente ma ti aiuto”. Questo perchè se, per esempio, bisogna pagare una tessera per avere accesso allora è un’altra cosa, è business.

#6. Ci potrebbe dare un suggerimento per far conoscere questo tema anche al cittadino comune che generalmente non si interessa a questi temi?

Penso che quello che sia necessario fare è raccontare delle storie. Una storia è più di quanto efficace possa esistere.

Bisogna raccontare storie. Da quanto so in AIVM i casi non mancano, quindi bisogna prendere delle storie, come quelle che mi ha raccontato il Dott. Caizzone, chiamare un soggetto vittima di malagiustizia, chiedergli di raccontare la sua vicenda e pubblicarla.

È il caso concreto quello che fa più effetto: argomenti come il caso penale, il processo o il rito non vengono spesso compresi. La storia invece ha un grandissimo impatto.


RIngraziamo Giovanni Maria Jacobazzi per il tempo che ci ha dedicato: visita il nostro blog per leggere il suo commento sulla comunicazione giudiziaria e la prima parte dell’intervista.

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