Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana, foto del Governo Italiano – Presidenza del Consiglio dei Ministri; licenza CC-BY-4.0.

I volontari di AIVM hanno incontrato Giovanni Maria Jacobazzi, giornalista professionista presso Il Dubbio, per fargli qualche domanda sulla giustizia, la magistratura e i diritti giudiziari dei cittadini.


Durante l’incontro di Venerdì 23 Ottobre, i volontari di AIVM hanno avuto il piacere di conoscere Giovanni Maria Jacobazzi, giornalista professionista presso Il Dubbio, e sottoporgli qualche domanda.

Il primo argomento trattato da Jacobazzi è stato quello della comunicazione giudiziaria in Italia.

Di seguito, invece, trovate la prima parte dello scambio di domande e risposte in cui Jacobazzi parla del rapporto tra magistratura e diritti giudiziari del cittadino.

#1. Secondo lei, da giornalista ed esperto dei media, c’è un modo per far sì che venga alla luce questo dibattito sulla giustizia?

Sì. Io confido molto nella sensibilizzazione e nel ricambio generazionale. Oggi non bisogna essere condizionati, ma avere una visione a 360°. 

Bisogna avere curiosità, cercare di verificare bene le fonti. 

Faccio un esempio concreto: quando si esce da una conferenza stampa, dove è stato raccontato tutto, si dovrebbe andare a fare una verifica, cercare di capire.

Soprattutto, quando si confeziona un articolo, bisognerebbe dare spazio a entrambe le parti. Gli inquirenti hanno detto questo, però l’avvocato ha detto quest’altro, bisogna fare in modo che chi legga non abbia una lettura a senso unico. 

Un buon giornalista, poi, non dovrebbe dare nulla per scontato. Il giornalismo è anche curiosità e ricerca. Se non si coltiva il dubbio e si da tutto per scontato non è un buon giornalismo, è un’altra cosa: si chiama ufficio stampa. 

Non bisogna prendere l’informazione che viene data come se fosse assolutamente vera, ma porsi domande, interrogativi e seguire l’intero processo.

Quando ci sono arresti o perquisizioni, lo spazio occupato sui giornali è tantissimo e il titolo è quello di apertura. Poi, arrivati alla conclusione della vicenda, alla condanna o assoluzione, ne viene invece dato pochissimo. Certamente non può venire dedicato tanto spazio come all’inizio, però è comunque importante riservarvi più di un trafiletto.

Bisognerebbe infatti seguire tutte le fasi e cercare di dare spazio a tutte le fasi, non solo a quelle preliminari.

Pensate a due ministri che si sono dimessi. Parlando del governo Letta, prendiamo ad esempio il ministro Federica Guidi: si ricorderanno tutti una frase dell’intercettazione telefonica, in cui si fa un copia incolla virgolettato.

Federica Guidi, imprenditrice italiana, foto di Sannita; licenza CC BY-SA 3.0

In questo caso, il Ministro dello Sviluppo Economico parlava con il proprio partner, la frase era “mi tratti sempre male, mi consideri come una sguattera del Guatemala”.

Si tratta di una frase che non c’entrava assolutamente nulla con il suo lavoro di ministro. Il procedimento in corso si concluse in un nulla di fatto, ma lei si dimise.

Tutta Italia ha saputo delle sue relazioni private, si tratta di violazione della privacy. Le intercettazioni dovrebbero essere trascritte solo se pertinenti.

Tutti i dati sensibili, la sfera privata, non dovrebbero essere oggetto di trascrizione. C’è una norma a riguardo, ma fatta la norma, viene subito violata.

Inoltre, il Codice di Procedura Penale prevede una sanzione per i giornali che pubblicano atti durante la fase delle indagini preliminari, che sono atti coperti dal segreto.

Gli atti sono segreti e il Pubblico Ministero è responsabile che non vengano pubblicati sui giornali. Esistono degli ovvi motivi per la riservatezza delle indagini.

Purtroppo, però, nel nostro Paese avvengono spesso fughe di notizie. Si possono trovare intercettazioni nei giornali e adesso addirittura gli audio. Basta andare sui siti dei vari quotidiani per ascoltarli.

La sanzione per il giornalista che pubblica atti coperti dal segreto è una sanzione veramente blanda e solitamente viene tradotta in una sanzione pecuniaria. Quindi alla fine non c’è un deterrente, anzi! Non è un divieto serio. E’ un buffetto!

Si tratta di un problema molto serio e nemmeno l’ultima riforma delle intercettazioni ha modificato questo aspetto. Quindi, quando si parla di bavaglio, si tratta di un “bavaglio virtuale”. I giornali continueranno a pubblicare intercettazioni, anche se non riguardano le indagini.

A proposito degli audio, credo che siano passati alla storia gli audio nel processo Ruby. Per anni, alcuni quotidiani, hanno pubblicato tutti gli audio delle conversazioni dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi con le persone di sesso femminile che frequentava. Non si è mai capito quale fosse il reato, a parte la contestazione di Ruby.

Lo scopo era quello di minare la credibilità istituzionale del Premier che, tra le altre cose, rappresentava l’Italia anche all’estero. Questa è un’altra violazione che fu fatta e per cui non è assolutamente accaduto nulla.

La stessa cosa è accaduta con la vicenda recentissima cui protagonista è il Dottor Luca Palamara, risalente a qualche mese fa.

Tutti i giornali hanno pubblicato i messaggini sul suo telefono quando le indagini erano ancora aperte. Il fascicolo avrebbe dovuto essere riservato, I messaggini erano in mano soltanto al pubblico ministero ed alla polizia giudiziaria che stava indagando, sono però sono finiti su tutti i giornali.

Ovviamente non credo che la difesa del Dottor Palamara li abbia passati. Purtroppo, anche in questo caso, non è mai successo nulla. Questo è un problema serio.

Tutti i giornalisti dovrebbero per deontologia rispettare i diritti delle parti.

Pensate, poi, quando le vicende riguardano persone che hanno figli minori, che vanno a scuola. I bambini parlano, tutti quanti a scuola leggono le notizie.

E’ una cosa terribile, soprattutto quando una persona è un personaggio pubblico molto conosciuto e finisce in un sistema del genere.

Un’altra cosa importante che credo vada chiarita: abbiamo parlato prima del fatto che si sia “appaltato” alla magistratura la soluzione di tutti i nostri problemi. La politica, soprattutto negli ultimi anni, ha delegato alla magistratura.

Pensate in quanti casi risolti è comparsa la figura dell’assessorato alla legalità, mentre non esiste l’assessorato all’illegalità, al crimine. La legalità dovrebbe essere di default. Nella Pubblica Amministrazione bisognerebbe svolgere i compiti, come dice la Costituzione, con “disciplina e onore”.

L’assessorato alla legalità è proprio l’esempio lampante di quanto detto fino ad adesso. Viene affidato ad un magistrato, perché la presenza di un magistrato in un’amministrazione di per sé è garanzia di genuinità, di buon andamento dell’amministrazione. Il politico sa che il cittadino si sente più tranquillo con la presenza di un magistrato.

Se ci pensate, è una cosa incredibile. Vuol dire che un potere dello Stato (che é appunto il potere giudiziario) ha metabolizzato e inglobato gli altri poteri: il potere esecutivo del Governo e il potere legislativo del Parlamento. 

Senza dover tornare alla separazione del potere di Montesquieu, questo potere giudiziario che invade, che si allarga in tutti i campi. Si tratta di un magistrato che dovrebbe eseguire le leggi, ma le scrive anche (perchè è in Parlamento). 

Busto di Montesquieu, foto di Jebulon; licenza CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication.

Soprattutto, poi, è anche al Governo (perchè spesso fanno anche Sindaco, il Sottosegretario o il Ministro). Abbiamo avuto anche magistrati che hanno fatto la seconda carica dello Stato.

Ad esempio Pietro Grasso, presidente del Senato, è stato Procuratore nazionale antimafia. Anche qui ci sono delle singolari coincidenze: tutti quelli che vanno all’antimafia, dopo poco vanno in politica.

Grasso, anche lui in politica, ha fatto il Presidente del Senato, quello dopo di lui (Roberti), è stato appena eletto Europarlamentare del Partito Democratico.

A questo punto, però, può sorgere un sospetto sul come una persona sia riuscita ad andare subito in politica. Se, come dice la Costituzione “il magistrato è terzo e imparziale” e poi entra in politica, possono sorgere dei dubbi sulla tua terzietà ed imparzialità. 

Anche perché, nonostante se ne discuta – io stesso ho fatto diversi articoli – è vent’anni che si tenta di regolamentare questo passaggio dal potere giudiziario al potere esecutivo e legislativo.

Anche l’attuale governo ha presentato l’ennesima proposta di legge e la prima risale al 2001. Adesso non c’è nessun meccanismo. Emiliano, presidente della Regione Puglia, tornerà in procura a Baia, a meno che non chieda di essere trasferito da un’altra parte.

E’ possibile, dopo aver fatto il Presidente della Regione, tornare a fare il Pubblico Ministero (quindi esercitare la Pubblica Accusa nei confronti dei colleghi con cui tu hai lavorato per 10 anni)?

Purtroppo, la politica molto debole di questi anni non ha mai voluto risolvere queste “sliding doors”, queste porte scorrevoli. Quindi tu vai, poi torni indietro, poi rivai. 

Vi faccio un altro esempio. Stanno nominando un procuratore di una città toscana molto importante. In pole position c’è un magistrato che ha fatto il Sottosegretario nel governo Renzi.

Già prima lavorava con la Procura dove vuole essere destinato e dove ha svolto indagini poi nei confronti di Amministratori e Sindaci di quella Provincia.

Queste sono cose molto tecniche che sfuggono. E’ un problema serissimo perché riguarda proprio i fondamenti della nostra Costituzione, dello Stato di Diritto, ovvero la separazione dei poteri.

Ripeto, nessuno, ad oggi è riuscito a regolamentare. La prima proposta è stata fatta nel 2001 con il governo Berlusconi. Neanche l’ultimo governo tecnico Mario Montio Letta-Renzi-Gentiloni. Aspettiamo. Sono vent’anni che si discute come regolamentare i magistrati in politica. E’ un unicum.

Parlando di Michele Emiliano (a parte il fatto che sia ancora magistrato in servizio e non abbia risolto questo suo conflitto di interesse) se vi ricordate bene quando ci furono le primarie nel 2016/2017 arrivò a candidarsi alla guida del Partito Democratico, che era comunque il primo partito di opposizione.

Michele Emiliano a Cesenatico, foto di Damiano Zoffoli; licenza CC BY-SA 2.0

In quale altro Paese europeo un magistrato in servizio si candida alla segreteria del primo partito?

Siamo partiti dalla comunicazione che è schiacciata sull’accusa, il pm che invade anche il campo del legislativo, del campo dell’esecutivo e con una politica talmente debole che da 20 anni discute come arginare, ma non trova soluzione.

#2. Secondo lei, nonostante tutti questi casi di cui si parla, un cittadino riesce a riporre fiducia nella magistratura al giorno d’oggi? Può farlo?

Come dicevo, è molto difficile. Non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, ma rimane molto difficile.

Tutti i sondaggi mostrano la fiducia nei confronti della magistratura in caduta verticale. Purtroppo, quando un cittadino entra a contatto con il sistema giudiziario di questo Paese, se fino al giorno prima aveva un’opinione, poi le sue convinzioni vengono ribaltate. Tribunale che vai, sentenza che trovi. C’è tutto il contrario di tutto.

Il magistrato che sbaglia, di fatto, non ha sanzione. Ci fu un referendum dopo la vicenda Tortora sulla responsabilità civile del magistrato.

A furor di popolo, questa responsabilità venne annacquata e il magistrato che sbaglia non subisce alcuna conseguenza, anzi! Continua tranquillamente a fare la sua carriera e quindi il cittadino perde fiducia e i magistrati perdono credibilità.

C’è bisogno di ordine al proprio interno e di stabilire delle sanzioni efficaci nei confronti del magistrato che sbaglia. Adesso il sistema prevede spostare i magistrati che commettono dei “danni”. Ad esempio, se è a Milano, lo si manda a Torino. E’ come mettere la polvere sotto al tappeto.

Se un pubblico ministero ha incardinato 50/100 procedimenti e finiscono tutti in un buco nell’acqua, riflettiamo un momento sul fatto che quel magistrato possa continuare a svolgere questa funzione. Evidentemente c’è qualcosa che non torna.

Se si sperperano i soldi dei contribuenti per fare delle attività investigative, intercettazioni, attività di tutti i generi e poi alla fine non succede nulla, non ci si può nascondere dietro all’azione penale obbligatoria.

Certo che l’azione penale è obbligatoria, ma se ci si incaponisce sui teoremi dell’accusa che poi è un buco nell’acqua, bisogna fermarsi.

Prima parlavo dei magistrati in politica. Ad esempio, a Napoli hanno deciso di candidare un altro magistrato, De Magistris, un procuratore antimafia Catello Maresca.

Se una persona si candida e poi non vieni eletta, non può tornare! Studiamo un sistema per cui ci si sposta, nella Pubblica Amministrazione, in prefettura, all’Avvocatura dello Stato. Qualcosa bisogna creare. 

Oggi l’unica categoria che avanza soltanto in base all’anzianità è il magistrato. Il magistrato fa degli scatti per avanzare, è sufficiente che non ci sia demerito, per fare il proprio per avanzare di carriera. Anche questa, secondo me, è qualcosa che non va. Non tutti sono uguali, ci sarà chi è più bravo e chi è meno bravo.

Bisogna creare un sistema per diversificare, ma purtroppo la corporazione, per i motivi che ci siamo detti, si è chiusa a testuggine.

Palazzo di Giustizia (Roma), foto di Sergio D’Afflitto; licenza CC-BY-SA-3.0.

Lasciamo stare poi i cavalli di battaglia con la separazione delle carriere. Qualsiasi cosa viene subito stoppata in partenza. Il cittadino quindi fa molta fatica, è disorientato, vive male perché il messaggio che arriva è quello di una sorta di immunità.

E non va bene, pensate ai medici. Con il Covid saranno travolti. Stanno arrivando tantissimi procedimenti assortiti.

Nel decreto Cura Italia dello scorso marzo è stato previsto che chi si contagia per il Covid è infortunio sul lavoro. Si ripone una responsabilità incredibile nei confronti del datore di lavoro. Con una patologia come questa di cui non si sa nulla, come si può scaricare la responsabilità sul datore di lavoro? 

Non è possibile avere 40 pesi e 40 misure, non ce lo possiamo più permettere. Anche perchè se uno non ha più fiducia nei propri giudici, il passo successivo è farsi giustizia da sé, questo è quello che sta succedendo.

Quando ci sono dei procedimenti, delle cause molto complesse, le persone tendono all’accordo stragiudiziale, non vogliono coinvolgere il tribunale perchè non sanno cosa potrebbe succedere.

Pensate adesso al problema del blocco degli sfratti, il problema per quanto riguarda le aziende che non possono fallire, non possono licenziare e quant’altro. Si cercherà una giustizia fai da te. E’ un problema molto molto serio proprio perché il passo successivo è la legge della giungla, la legge del più forte.

#3. Secondo lei al momento c’è qualcuno in grado di rappresentare i diritti giudiziari dei cittadini e, soprattutto nel caso in cui un cittadino sia vittima di malagiustizia, può rivolgersi a qualcuno?

Voi siete un ottimo esempio, queste associazioni ne sono un ottimo esempio. Anche perchè poi il cittadino, alla fine dove va? Da voi!

Se qualcuno ha un problema serio, un problema di malagiustizia, magari ha avuto un avvocato infedele, che non l’ha difeso bene per qualsiasi motivo, dove va? Oggi non esiste una figura istituzionale.

In regione ho conosciuto una persona, che è un garante delle vittime di reato, il quale, però, non ha capacità di incidere. Può fare una moral suasion (ndr. In politica, invito a correggere o rivedere determinate scelte o comportamenti, in genere proveniente da una personalità o da un organismo a cui è unanimemente riconosciuta autorevolezza).

Il cittadino che deve cercare qualcuno che lo ascolti può non avere i soldi per difendersi. Anche questo è da considerare. La difesa ha comunque un costo in questo Paese, non è gratis.

Purtroppo è lasciato al volontariato sociale, all’iniziativa del singolo. Ecco perchè il ruolo di queste associazioni andrebbe molto valorizzato, sono uno sportello di ascolto per chi purtroppo incappa in queste maglie che ti stritolano.

Non sai a chi rivolgerti perché non c’è nulla, è tanto lasciato alla buona volontà e sensibilità del singolo che ha avuto l’idea di creare una struttura, che magari è diventata anche importante, però basata del tutto sull’associazionismo.


Questa era la prima parte dell’intervista che i volontari di AIVM hanno fatto al giornalista Giovanni Maria Jacobazzi. Se non vuoi perderti la seconda parte, continua a seguire il nostro blog!

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