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La Corte di cassazione, con sentenza n. 13755 del 31 maggio scorso, ricorda che in caso di negligenza del legale il risarcimento del danno è subordinato alla prova che, con un’attività difensiva diversa, la causa sarebbe stata vinta.

 

Articolo di Patrizia Maciocchi pubblicato in data 11 giugno 2018 su Il Sole 24 Ore

 

“L’avvocato negligente che perde la causa perché non fa le giuste contestazioni, rimborsa al cliente solo le spese di lite, se manca la prova che con una difesa più incisiva il verdetto sarebbe stato favorevole. La Corte di cassazione, con la sentenza 13755 del 31 maggio scorso, ha respinto sia il ricordo principale dei clienti del legale sia quello incidentale del professionista.
I primi chiedevano alla Suprema corte i danni, per responsabilità professionale, il secondo non voleva pagare neppure le spese del contenzioso perso. L’avvocato era accusato di non aver fatto la mossa vincente in un giudizio contro una banca della quale i suoi clienti chiedevano la condanna per aver effettuato investimenti senza ordinativi scritti, contestando al tempo stesso un decreto ingiuntivo ottenuto dell’istituto di credito per il saldo negativo di chiusura del conto.
Per la Cassazione il difensore era stato certamente negligente, non avendo chiesto all’istituto di credito di produrre le prove scritte sulle quali basava le sue pretese. Tuttavia non era possibile pronosticare che con una maggiore “abilità”, la causa sarebbe stata vinta. I giudici, ricordano che, in caso di responsabilità professionale dell’avvocato per non aver svolto un’attività dalla quale sarebbe potuto derivare un vantaggio personale o patrimoniale per il cliente, la regola dell’evidenza o del «più probabile che non», vale non solo per accertare il nesso di causalità tra omissione ed evento danno, ma anche per verificare il collegamento tra quest’ultimo e le conseguenze risarcibili.”

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