Un convegno a Milano per parlare di malagiustizia all'italiana

Dal settimanale Radar del 9 marzo 2017

Basta un piccolo errore, una semplice superficialità, una svista o un cavillo, e qualunque persona può finire nel tritacarne di un sistema giustizia che, come un meccanismo che si inceppa, improvvisamente inizia a lavorare male.

E succede così che la vita di quella persona, e la sua salute mentale, subiscono dei danni gravi e sono compromesse per sempre.

Quante sono le cosiddette vittime della malagiustizia penale, civile, amministrativa e tributaria in Italia?

E come si può fare se si ritiene di stare subendo un errore giudiziario?

mario-caizzoneA Milano dal 2012 è nata un’associazione che si chiama Aivm. L’ha fondata Mario Caizzone, un commercialista siciliano che da trent’anni lavora a Milano e che, sulla sua pelle, ha sperimentato il tormento e la pena di essere accusato ingiustamente.

Finì dentro un’inchiesta avviata dalla Procura di Milano nel 1993 quando venne ritenuto responsabile del falli- mento della società Imprenori spa: peccato che Caizzone non aveva mai ricoperto in quella società nessuna carica.

“Il mio processo è durato 21 anni – racconta – e soltanto dopo 21 anni sono stato finalmente assolto”. In questo tempo lunghissimo ci sono stati per lui arresti domiciliari, finanzieri che non lo hanno mai ascoltato (lui lo ha raccontato, col risultato che poi è stato rinviato a giudizio per calunnia per poi, dopo il processo nel pro- cesso, essere assolto), amici che lo hanno abbandonato, carte su carte, solitudine e sofferenza interiore. Ancora adesso, quando lo racconta, gli viene da piangere. Gli hanno rovinato così tanto la vita che l’associazione l’ha fondata lui. Con l’obiettivo di aiutare tutti quelli che sono vittime di sbagli. E le storie sono tante.

Affìdati al Padre Eterno

Tanto per fare un esempio, Mario Caizzone racconta che l’associazione ha provato a fare un sondaggio tra i parlamentati italiani. La domanda era: chi è vittima di un errore giudiziario a chi può rivolgersi? Le risposte da sole fanno capire più di ogni altro commento. Al primo posto: al Padre Eterno. Al secondo posto: al Papa. Al terzo: al Presidente della Repubblica. Al quarto: al Consiglio superiore della magistratura. Al quinto posto: Al consiglio giudiziario presso la Corte d’appello. Nessuna di queste cinque risposte è risolutiva. Chi cade vittima della malagiustizia si può ritenere in un modo e basta: una persona che resterà sola.

Tremila errori giudiziari

Elisa Fasolin è la segretaria della Aivm: “A Milano abbiamo uno sportello in piazza Luigi di Savoia in cui riceviamo le persone e anche un centro di ascolto telefonico allo 02.66715134. Dal 2012 ci sono arrivate 5mila richieste di aiuto. La nostra associazione è tutta composta sol-tanto da volontari: ci sono studenti di giurisprudenza che si fanno le ossa ma anche legali professionisti. Analizziamo tutte le carte che ci vengono fornite, dalla prima all’ultima, e valutiamo se sussiste una base per parlare di malagiustizia. Di quelle 5mila richieste, ne abbiamo portate avanti 3mila. Cosa facciamo? Procediamo per chiedere una revisione del processo”.

Dentro al sito internet www.aivm.it ci sono le opinioni di parlamentari, esperti, giornalisti che spiegano quali sono le cause secondo loro della malagiustizia.

Qui vi riportiamo per fare un esempio quella di Piero Colaprico, firma storica di Repubblica: “Tra le cause, temo che ci sia un intreccio tra la mancanza di professionalità e la mancanza di empatia, in primis da parte di avvocati, che illudono e imbrogliano il cliente, dandogli sempre e comunque ragione, e poi da parte di magistrati, che vedono talvolta numeri e seccature dove ci sono persone e storie”.

La salata parcella dell’avvocato che ti frega

Le storie sono tantissime. C’è quella di don Marco Doppido, 47 anni, di Zidibo San Giacomo. “Andavo in bicicletta, c’era un tombino rotto, sono caduto e mi sono rotto una clavicola”, racconta.

Il giovane parroco decide di chiedere il risarcimento al comune ma ha un avvocato che lo consiglia male. Succede che una perizia del Tribunale gli dà ragione (quel tombino era pericoloso), ma il giudice, non si sa perché, gli dà torto. Gli arriva il conto delle spese del processo: 8mila euro che deve pagare lui. “Il mio avvocato mi ha detto di pagare e l’ho fatto”. Cornuto e mazziato.

C’è il caso di Giuseppe Casto, di Lecce, che nel 1996 per- de il padre, investito e ucciso da un pirata della strada. Lui e la famiglia si affidano ad un avvocato per chiedere il risarcimento: il legale alla fine chiede una parcella di 160mila euro. Giuseppe li paga. Solo alla fine scopre che l’avvocato si era intascato anche i soldi dell’assicurazione. “Siccome non pagavo, hanno anche pignorato la pensione di mia madre. Alla fine me ne sono andato dall’Italia”.

Tra boss e presunto boss c’è una differenza. E ci sono troppi avvocati.

La faccenda è aggravata da ulteriori due fattori: sui social “si è per sempre”. Sempre più avvocati chiedono l’applicazione del diritto all’oblio perché spesso, quasi sempre, su internet restano articoli datati anche dieci o vent’anni, quando magari una persona ha terminato il processo con l’assoluzione. Ma il problema è a monte: i giornalisti dovrebbero imparare a usare di più il condizionale, quanto meno finché non sono sicuri della colpevolezza di una persona. C’è differenza tra “preso il boss” e “preso il presunto boss”. Ricordiamoci che nessuno è colpevole finché non lo stabilisce una sentenza e in questo Paese esiste la presunzione di innocenza.

Deborah Nasti, avvocato civilista volontaria dell’associazione, aggiunge poi un altro tassello: “In Italia ci sono 250mila avvocati, in Francia ce ne sono 50mila. Un numero così alto, e l’ha detto il magistrato Piercamillo Davigo, è uno dei motivi per cui ci sono così tante cause in Italia.

Al posto di spingere le persone alla conciliazione civile (ndr la conciliazione è il procedimento attraverso il quale due parti in contrasto raggiungono un accordo amichevole con l’aiuto di un terzo), gli avvocati spingono i loro clienti a fare causa. E poi c’è il fenomeno dei cosiddetti avogati, cioè quelli che la laurea in giurisprudenza se la vanno a prendere in Spagna perché è più facile e poi vengono ad esercitare in Italia, peggiorando questo problema”.

Don Balducchi: “Quanti innocenti in carcere”

Don Virgilio Balducchi è ispettore e cappellano delle carceri. Ha passato la vita a stare dalla parte dei detenuti: “In carcere non ci sono solo colpevoli ma ci finiscono anche innocenti. Uno dei primi che ho incontrato era un pregiudicato che non voleva ammettere di aver commesso un certo reato che gli veniva attribuito. Diceva: io quella cosa non l’ho fatta! Si è fatto quattro anni in più ma alla fine è uscito innocente. Purtroppo la giustizia cerca quasi sempre un colpevole a cui addossare la colpa”.

Il cappellano ricorda due fra- si dette da Papa Francesco: “State attenti a non incitare alla violenza”, e “Attenzione al populismo penale: non fate processi sui giornali”. Don Virgilio poi ricorda una cosa: “Giustizia non è punire il colpevole ma riconciliare una situazione. Altrimenti è vendetta”.

Il carcere in effetti servirebbe a questo: in teoria dovrebbe essere un modo per far pagare una colpa riuscendo però a redimere la persona che ha sbagliato, restituendola alla società consapevole del suo errore e in grado di non sbagliare più.

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