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L’esperienza e i commenti di Mauro Broggi, giornalista, dopo aver trascorso una giornata tipo presso AIVM.  

“Arrivo in piazza Luigi di Savoia a Milano una fredda mattina di inizio dicembre. Al quarto piano del palazzone che affaccia sul fianco destro della Stazione Centrale ha sede AIVM, Associazione Italiana Vittime di Malagiustizia. L’idea è partecipare a una riunione operativa dell’associazione per cercare di capire cosa sia, chi ci lavora e chi siano le vittime di una giustizia che considerano sbagliata. Ho parecchi pregiudizi in testa (i perdenti non si considerano tutti un po’ vittime?) ma anche curiosità: vediamo.

I volontari

Mi accolgono Mario ed Elisa. Mario Caizzone, 58 anni, è il presidente dell’associazione. L’ha fondata sei anni fa dopo un’odissea giudiziaria durata 21 anni perché da accusatore (aveva denunciato alcune persone appartenenti alla Guardia di Finanza che gli avevano chiesto una tangente) si era ritrovato accusato dagli stessi che aveva querelato. Oggi il suo certificato penale e civile è immacolato, non fosse che nel frattempo è passata una vita, ha perso soldi, lavoro, reputazione, amici e si è mezzo rovinato la salute. Ma una famiglia forte l’ha sostenuto e ha deciso di ripagarla aiutando chi si ritrova oggi nel tunnel che ha attraversato. Mario, occhi chiari e profondi, è un fiume in piena. Si infervora soprattutto pensando alle vittime. “E’ come l’Aids di anni fa, quando ci si vergognava ad ammettere di esserne malati”, dice. “Le vittime della malagiustizia sono molte di più di quanto crediamo”. La malagiustizia, continua, ha molte forme: uno spettro che va da errori in buona fede ad avvocati lestofanti fino a storture della legge che l’associazione si è impegnata a cambiare dialogando con magistrati e parlamentari.

Elisa, al contrario, parla poco: è il Segretario generale dell’associazione e il suo compito è far funzionare una macchina fatta tutta di volontari e più complessa di quanto immaginassi. Ci sono laureati o laureandi in legge, che “istruiscono” i casi ascoltando chi si rivolge all’associazione. Per ciascuno tengono un registro puntuale, raccolgono la documentazione, contattano avvocati. Elisa coordina tutti, si occupa di comunicazione, risponde ai giornalisti che sempre più spesso si rivolgono ad AIVM e attiva, quando è il caso, la rete di avvocati, docenti e magistrati che aiutano AIVM. Anche queste persone, come le “vittime” che si rivolgono ad AIVM, sono protette con l’anonimato.

Ci accomodiamo intorno a un grande tavolo (“spesso lavorano ai casi fino a dieci volontari”) e con noi oggi si siedono Valentina e Mattea. Valentina, in stage presso AIVM da quattro mesi, illustrerà le richieste che ha raccolto mentre Mattea, laureanda in Giurisprudenza come Valentina ma in associazione solo da qualche settimana, la assisterà nella presentazione.

I casi

Il primo caso riguarda Ignazio (tutti i nomi sono di fantasia). Una storia romanzesca: tutto parte da una causa che Ignazio ha intentato contro l’Inps, anni fa. Perde e denuncia il proprio avvocato per avergli nascosto dei documenti; nel corso del processo che segue denuncia anche il giudice per irregolarità nel dibattimento. Non ha nessuna fiducia nei rappresentanti della legge che ha incontrato e neppure trova più un avvocato che lo voglia rappresentare, perciò da operaio decide di studiare i Codici e difendersi da sé, ma il suo ricorso in Cassazione è rigettato perché in questa sede un avvocato è necessario. Si apre la discussione: Ignazio sembra più vittima di se stesso che di malagiustizia. “Una persona deve essere in grado di dire basta, capire quando non ha più senso andare avanti, accettare un giudizio anche se lo considera sbagliato. Perché fermarsi potrebbe significare salvarsi la vita” commenta Mario. Si decide che Mario lo contatterà: “AIVM è anche un centro di ascolto, dice, che prima di tutto offre un supporto morale”.

Fermarsi in tempo, riflettiamo, spesso non è facile. “Soprattutto se il tuo avvocato ti spinge a proseguire nelle cause per continuare a spillarti denaro e magari non svolge nemmeno bene il proprio lavoro” dice Mario. Così la pensa anche Paolo, che si è rivolto all’associazione per sapere come chiedere i danni al legale che l’ha indotto, dice, a iniziare una causa che avrebbero vinto facilmente e poi, dopo cinque anni, gli ha consigliato di ritirare la denuncia. Secondo Paolo ha provocato numerosi rinvii e si è pure fatto pagare 1.500 euro “per non aver fatto nulla”. Però le carte, suggerisce Valentina, attestano che i rinvii non sono mai dipesi dall’avvocato, e tra udienze, spese e tempo i 1.500 euro potrebbero essere equi. Sicuramente intentargli una causa, peraltro molto incerta, costerebbe molto di più. Vittima di malagiustizia è invece Rocco, non fosse altro per la lunghezza della causa che lo vede coinvolto: 18 anni. Rocco oggi ha ottant’anni e la sua storia, originata da un fallimento altrui, è paradossale. L’azienda che dirigeva andava a gonfie vele ma aveva un socio, a sua volta proprietario di un’altra azienda che però andava malissimo. Per errore (non sappiamo se doloso o meno) viene dichiarata fallita non l’azienda del socio ma quella di Rocco. Sentiamo puzza di bruciato ma l’associazione, dice Valentina, ha difficoltà ad acquisire le carte, sia per il tempo trascorso sia per la sopravvenuta morte dell’avvocato di Rocco: perché non è intervenuto subito? O, se lo ha fatto, cosa è andato storto?

Poi ci sono le richieste di risarcimento. Ecco il caso di Giorgio. Accusato di associazione a delinquere e truffa, ci dice Valentina, si è fatto 15 giorni di carcere e 6 mesi di arresti domiciliari, poi è stato assolto con formula piena, perché “il fatto non sussiste”. Lo Stato lo ha risarcito con 14 mila euro, ma lui non è contento, vorrebbe di più e si sente vittima. “Anche in questo caso serve un aiuto psicologico”, dice Mario, “che è comunque importante per chi si è magari ritrovato sui giornali o nei tg”.

Mi rendo conto di come AIVM assista tutti coloro che ritengono di essere stati danneggiati da una “malagiustizia” fatta di errori che possono verificarsi in buona fede, oppure per ritardi, superficialità, interpretazioni errate, lungaggini, comportamenti arbitrari, sete di guadagno e abusi di potere. La “malagiustizia” è fatta di tutto questo, come racconta il caso di Giuseppe. Direttore bancario, è coimputato con un’altra persona del reato di usura. Il processo lo vede completamente scagionato perché viene stabilito che il colpevole unico è l’altro imputato, il quale – riconosciamogli un certo tempismo – muore dopo la sentenza. Così alcune delle vittime dell’usuraio, non potendosi rivalere sul vero colpevole, decidono di chiedere i danni all’innocente. E si apre un processo civile. “E mai possibile che accadano fatti del genere?” chiede Giuseppe all’associazione.

A fine mattinata i casi discussi sono dieci: per tutti si è deciso come procedere, chi contattare, quali altre informazioni acquisire. Mi pare di aver capito che il mix di norme farraginose e contraddittorie che lasciano spazio a interpretazioni poco imparziali e avvocati disonesti – in opere e omissioni – stia alla base di tante vite in bilico. “Nel 50 per cento circa dei nostri casi” conferma Mario, “la malagiustizia deriva dalla negligenza dell’avvocato”. Gli fa eco Valentina: “Qui mi rendo conto molto concretamente di cosa vuol dire essere un buon avvocato”. “Parlo per esperienza e i casi seguiti dall’associazione lo confermano” conclude Mario, “se sei solo rischi di perdere tutto. Ma di questo si parla poco e le persone non sanno come farsi aiutare. Farci conoscere e sensibilizzare l’opinione pubblica su queste problematiche è il nostro obiettivo principale”.

Mauro Broggi

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